Era inverno, l’ anno non lo ricordo.
Quello che ricordo è che tanto tempo era trascorso dalla mia ultima visita, di questo ne ero certa , il riflesso dello specchio non mentiva.
Quel giorno d’ inverno mi ritrovai ad attraversare una campagna nebbiosa e umida, dove i pochi alberi annerivano al tocco della pioggia, leggera e costante, imperturbabile, le siepi già spoglie, trattenevano brandelli di ragnatele brinate fra i rami. Viaggiai per buona parte del pomeriggio in una carrozza presa alla stazione e quando finalmente scorsi i due imponenti pilastri del cancello, il giorno oramai non aveva più ombre.
La casa non era cambiata…fu il mio primo pensiero. Il secondo fu che l’edera l’ aveva quasi fagocitata;
ricordavo una pianta sottile arrampicata sul muro orientale, la ritrovai avvinghiata a tutta la facciata. Incorniciava le finestre, saliva fino alle grondaie e penetrava sotto le tegole.
Avrei potuto considerarla una logica conseguenza dell’abbandono, se non avessi ricordato un avvenimento di quando da bambina vidi il vecchio giardiniere avvicinarsi a quel muro con le cesoie… la padrona della casa comparsa sulla soglia con la sua voce flebile disse
“Quella no”
L’uomo aveva abbassato immediatamente le mani.
“Mai?” aveva domandato.
La risposta della signora mi era rimasta impressa, benché allora non ne comprendessi il significato
“Finché la casa avrà memoria.”
Il mio ritorno in quel luogo riguardava una lettera lasciatami dall’ ultima proprietà.
Al mio arrivo trovai solo un breve scritto dove mi si chiedeva di trascorrere tre notti nella casa, prima della vendita.
Seguiva un post scriptum
“L’edera cresciuta sul muro orientale non dovrà essere recisa, sradicata né bruciata.”
La richiesta non mi meravigliò, continuava
“Soprattutto se avrà fiorito.”
Assurdo!
L’edera fiorisce, naturalmente, ma non in novembre; quella frase mi parve il capriccio di una mente indebolita dall’età.
I domestici erano stati congedati dopo il funerale. Una donna del paese aveva preparato alcune stanze prima del mio arrivo, rifiutandosi tuttavia di restare dopo il tramonto.
Non ci feci caso e attribuii la cosa alle superstizioni del luogo.
Verso le nove mi ritirai nella biblioteca.
Fu lì che trovai un diario, non era nascosto, giaceva nel cassetto di destra dello scrittoio, avvolto in un nastro nero scolorito.
La copertina di marocchino* verde scuro portava impresso un anno: 1831.
Le prime pagine contenevano annotazioni ordinarie: visite, indisposizioni, nascite, lettere ricevute, sermoni della domenica, commemorazioni…
Poi, improvvisamente, la scrittura cambiava.
14 febbraio.
“Questa mattina l’hanno portato via.”
Alla pagina seguente era cucita con filo sottile di seta una ciocca di capelli biondi.
Proseguii.
17 febbraio.
“La prima è comparsa sulla finestra orientale.“
Accanto alla frase qualcuno aveva tracciato a inchiostro una piccola farfalla nera
Sfogliai altre pagine, e notai che per mesi non vi era annotato nulla.
Poi: 3 settembre 1836.
Un’altra.”
La stessa farfalla… nera
“La bambina è morta poco prima dell’alba.”
Sotto: 4 settembre
Ancora più avanti: 21 giugno 1849.
“L’edera ha aperto un altro occhio.”
Mi fermai… lessi più volte la frase. Non riuscivo a comprenderla.
Continuai a sfogliare il diario e scoprii che quelle parole ricorrevano dopo quasi ogni morte avvenuta nella casa.
Sempre nello stesso ordine.
Una farfalla.
Una morte
Un occhio.
All’ultima pagina scritta trovai una sola frase, vergata con mano tremante:
“Ora sono abbastanza vecchia per sapere che non ci guarda per ricordare.”
Non seguiva alcuna spiegazione.
Quella notte il mio sonno fu abitato da pensieri perturbanti.
Poco prima dell’alba fui svegliata da un rumore leggerissimo contro il vetro.
Attesi.
Mi alzai e scostai lentamente la tenda.
Una farfalla era posata all’esterno della finestra…
Talmente scura che le ali sembravano ritagliate nella notte.
Restò immobile…
Accesi una candela.
Aprì lentamente le ali.
Due macchie pallide comparvero sulla loro superficie.
Non avevo mai visto quella specie, avvicinai il volto al vetro, volò via.
Fu allora che notai quella foglia d’ edera
Cresceva contro la finestra, sostenuta da un tralcio nervoluto. Era grande, verde cupo, attraversata da nervature chiarissime.
Al centro aveva una macchia ovale.
Pensai a una malattia della pianta.
Poi a una muffa.
Poi a qualche insetto che avesse deposto le sue uova.
Era lucida, mi avvicinai ancora con la candela e vidi una pupilla.
Indietreggiai così bruscamente che la candela cadde sul tappeto spegnendosi.
Quando tornai alla finestra, la foglia era semplicemente una foglia. La stanchezza gioca brutti scherzi, pensai.
La mattina seguente cercai il giardiniere.
Non quello della mia infanzia, naturalmente. Era morto da molti anni. Trovai invece il figlio, ormai vecchio a sua volta, in una piccola casa poco distante dalla dimora in cui soggiornavo.
Quando gli domandai dell’edera, smise di parlare.
“Vostro padre non la potava mai.”
“No.”
“Per ordine della signora?”
“Per ordine di tutti quelli che hanno abitato là.”
“Perché?”
Il vecchio guardò verso la finestra.
“Mio padre diceva che quella pianta era già vecchia quando suo nonno era ragazzo.“
“È impossibile.”
“Molte cose lo sono, finché non accadono.”
Gli chiesi degli occhi.
Questa volta mi guardò.
“Ne avete visto uno?”
Mentii.
“No.“
Mi alzai per andarmene… sulla porta mi richiamò.
“Se ne vedete uno, non guardatelo troppo a lungo.”
“Spiegatemene la ragione?”
“Perché all’inizio crediamo sempre di essere noi a guardare.”
Avrei dovuto partire ma non lo feci.
Trascorsi il pomeriggio esaminando ogni angolo della casa
Trovai registri parrocchiali, lettere, certificati e vecchie Bibbie nelle quali erano annotate le nascite e le morti.
Compilai un elenco
Sette morti.
Tornai al diario.
Sette farfalle.
Sette annotazioni riguardanti l’edera.
Al tramonto uscii.
Il muro orientale della casa era di un verde intenso intriso di sfumature violacee.
Cominciai a cercare.
Il primo occhio, piccolo e lattiginoso era vicino al terreno.
Il secondo si trovava all’ altezza del mio sguardo
Il terzo era quasi nascosto dietro un tralcio.
Continuai.
Quattro.
Cinque.
Sei.
Sette.
Mi sentivo così ridicola… nel pensiero di dover raccontare questa storia a qualcuno al mio ritorno.
Stavo per rientrare in casa quando vidi qualcosa muoversi più in alto, sopra la mia testa
Una foglia si voltò verso di me, non c’era vento, al centro aveva un occhio perfettamente limpido.
L’ottavo.
Rimasi immobile.
Sette morti.
Otto occhi.
Ripetei il conto, ancora e ancora e ancora
Il risultato non cambiò.
Fu allora che udii un fruscio leggero, la farfalla nera discese lentamente dall’alto e si posò accanto all’ottavo occhio.
La foglia tremò e l’occhio batté la palpebra.
Corsi verso la biblioteca… non ricordo di aver attraversato il corridoio.
Ricordo soltanto il diario aperto davanti a me.
Sette morti.
Sette occhi.
Eppure fuori i conti non tornavano
Rilessi ogni pagina.
Solo allora mi accorsi che due fogli, quasi alla fine, aderivano l’uno all’altro, li separai con molta cura, vi era conservato un piccolo frammento vegetale, ormai secco.
Al centro della pagina, qualcuno aveva disegnato un occhio.
Sotto vi erano poche righe.
“Ho compreso troppo tardi l’errore.
“Gli occhi non appartengono ai morti.”
Sentii il sangue abbandonarmi il volto.
Continuai a leggere
“Compaiono prima.”
La frase successiva era stata cancellata, ma l’inchiostro traspariva ancora le parole.
Riuscii a leggerle a fatica avvicinando la candela alla pagina
“La farfalla viene quando l’occhio ha scelto.”
Mi voltai verso la finestra.
Qualcosa urtò il vetro.
Una volta.
Poi ancora.
Tic.
Tic.
Tic.
La farfalla nera!
Non trascorsi un’ altra notte nella casa…
All’alba ordinai che preparassero la carrozza.
Negli anni successivi ricevetti occasionalmente notizie della casa che non venne mai acquistata, il tetto cedette in una delle ali. Le finestre erano un ricordo, il giardino riprese la sua spontaneità.
Dell’edera mi dissero soltanto che continuava a crescere.
Io non vi tornai più
Sono trascorsi molti anni.
Da tre mattine trovo una farfalla nera sul davanzale della mia camera. Considerarla una coincidenza? Vorrei farlo.
Ho scoperto qualcosa sul muro esterno della mia abitazione… un sottile tralcio d’edera.
Non so come sia arrivato fin qui.
Ho preso una lampada e l’ho seguito fino alla finestra.
Ne è nata una sola foglia , al centro della foglia c’è un occhio.
Il mio.
Guarda qualcosa alle mie spalle.
Mentre scrivo, sento le ali sbattere contro il vetro.
Non mi volterò.

La farfalla nera “I racconti dell’ Hedera”
“I Racconti dell’ Hedera”. Tutti i diritti riservati. Ogni testo e acquerello è opera originale dell’autrice. Opera depositata e tutelata tramite Patamu (cod. deposito n. 272041)
*marocchino (o marrocchino )processo di concia fu introdotto in Spagna dagli Arabi del Marocco; Cuoio particolarmente fine e morbido, generalmente di color rosso intenso, ottenuto dalle pelli di capra con lo speciale procedimento della marocchinatura.






















































































