La farfalla nera

Era inverno, l’ anno non lo ricordo.

Quello che ricordo è che tanto tempo era trascorso dalla mia ultima visita, di questo ne ero certa , il riflesso dello specchio non mentiva.

Quel giorno d’ inverno mi ritrovai ad  attraversare una campagna nebbiosa e umida, dove i pochi alberi annerivano al tocco della pioggia, leggera e costante, imperturbabile, le siepi già spoglie, trattenevano brandelli di ragnatele brinate fra i rami. Viaggiai per buona parte del pomeriggio in una carrozza presa alla stazione e quando finalmente scorsi i due imponenti pilastri del cancello, il giorno oramai non aveva più ombre.

La casa non era cambiata…fu il mio primo pensiero. Il secondo fu che  l’edera l’ aveva quasi fagocitata; 

ricordavo una pianta sottile arrampicata sul muro orientale, la ritrovai  avvinghiata a tutta la facciata. Incorniciava le finestre, saliva fino alle grondaie e penetrava sotto le tegole. 

Avrei potuto considerarla una logica conseguenza dell’abbandono, se non avessi ricordato un avvenimento di quando da bambina vidi il vecchio giardiniere avvicinarsi a quel muro con le cesoie… la padrona della casa  comparsa sulla soglia con la sua voce flebile disse 

“Quella no”

L’uomo aveva abbassato immediatamente le mani.

“Mai?” aveva domandato.

La risposta della signora mi era rimasta impressa, benché allora non ne comprendessi il significato

“Finché la casa avrà memoria.”

Il mio ritorno in quel luogo riguardava una lettera lasciatami dall’ ultima proprietà.

Al mio arrivo trovai solo un breve scritto dove mi si chiedeva di trascorrere tre notti nella casa, prima della vendita.

Seguiva un post scriptum

“L’edera cresciuta sul muro orientale non dovrà essere recisa, sradicata né bruciata.”

La richiesta non mi meravigliò, continuava 

“Soprattutto se avrà fiorito.”

Assurdo!

L’edera fiorisce, naturalmente, ma non in novembre; quella frase mi parve il capriccio di una mente indebolita dall’età.

I domestici erano stati congedati dopo il funerale. Una donna del paese aveva preparato alcune stanze prima del mio arrivo, rifiutandosi tuttavia di restare dopo il tramonto.

Non ci feci caso e attribuii la cosa alle superstizioni del luogo.

Verso le nove mi ritirai nella biblioteca.

Fu lì che trovai un diario, non era nascosto, giaceva nel  cassetto di destra dello scrittoio, avvolto in un nastro nero scolorito.

La copertina di marocchino* verde scuro portava impresso un anno: 1831.

Le prime pagine contenevano annotazioni ordinarie: visite, indisposizioni, nascite, lettere ricevute, sermoni della domenica, commemorazioni…

Poi, improvvisamente, la scrittura cambiava.

14 febbraio.

“Questa mattina l’hanno portato via.”

Alla pagina seguente era cucita con filo sottile di seta una ciocca di capelli biondi.

Proseguii.

17 febbraio.

“La prima è comparsa sulla finestra orientale.“

Accanto alla frase qualcuno aveva tracciato a inchiostro una piccola farfalla nera

Sfogliai altre pagine, e notai che per mesi non vi era annotato nulla.

Poi: 3 settembre 1836.

Un’altra.”

La stessa farfalla… nera

“La bambina è morta poco prima dell’alba.”

Sotto: 4 settembre 

Ancora più avanti: 21 giugno 1849.

“L’edera ha aperto un altro occhio.”

Mi fermai… lessi più volte la frase. Non riuscivo a comprenderla.

Continuai a sfogliare il diario e scoprii che quelle parole ricorrevano dopo quasi ogni morte avvenuta nella casa.

Sempre nello stesso ordine.

Una farfalla.

Una morte

Un occhio.

All’ultima pagina scritta trovai una sola frase, vergata con mano tremante:

“Ora sono abbastanza vecchia per sapere che non ci guarda per ricordare.”

Non seguiva alcuna spiegazione.

Quella notte il mio sonno fu abitato da pensieri perturbanti.

Poco prima dell’alba fui svegliata da un rumore leggerissimo contro il vetro.

Attesi.

Mi alzai e scostai lentamente la tenda.

Una farfalla era posata all’esterno della finestra… 

Talmente scura che le ali sembravano ritagliate nella notte.

Restò immobile…

Accesi una candela.

Aprì lentamente le ali.

Due macchie pallide comparvero sulla loro superficie.

Non avevo mai visto quella specie, avvicinai il volto al vetro, volò via.

Fu allora che notai quella foglia d’ edera

Cresceva contro la finestra, sostenuta da un tralcio nervoluto. Era grande, verde cupo, attraversata da nervature chiarissime.

Al centro aveva una macchia ovale.

Pensai a una malattia della pianta.

Poi a una muffa.

Poi a qualche insetto che avesse deposto le sue uova.

Era lucida, mi avvicinai ancora con la candela e vidi una pupilla.

Indietreggiai così bruscamente che la candela cadde sul tappeto spegnendosi.

Quando tornai alla finestra, la foglia era semplicemente una foglia. La stanchezza gioca brutti scherzi, pensai.

La mattina seguente cercai il giardiniere.

Non quello della mia infanzia, naturalmente. Era morto da molti anni. Trovai invece il figlio, ormai vecchio a sua volta, in una piccola casa poco distante dalla dimora in cui soggiornavo.

Quando gli domandai dell’edera, smise di parlare.

“Vostro padre non la potava mai.”

“No.”

“Per ordine della signora?”

“Per ordine di tutti quelli che hanno abitato là.”

“Perché?”

Il vecchio guardò verso la finestra.

“Mio padre diceva che quella pianta era già vecchia quando suo nonno era ragazzo.“

“È impossibile.”

“Molte cose lo sono, finché non accadono.”

Gli chiesi degli occhi.

Questa volta mi guardò.

“Ne avete visto uno?”

Mentii.

“No.“

Mi alzai per andarmene… sulla porta mi richiamò.

“Se ne vedete uno, non guardatelo troppo a lungo.”

“Spiegatemene la ragione?”

“Perché all’inizio crediamo sempre di essere noi a guardare.”

Avrei dovuto partire ma non lo feci.

Trascorsi il pomeriggio esaminando ogni angolo della casa

Trovai registri parrocchiali, lettere, certificati e vecchie Bibbie nelle quali erano annotate le nascite e le morti.

Compilai un elenco

Sette morti.

Tornai al diario.

Sette farfalle.

Sette annotazioni riguardanti l’edera.

Al tramonto uscii.

Il muro orientale della casa era di un verde intenso intriso di sfumature violacee.

Cominciai a cercare.

Il primo occhio, piccolo e lattiginoso era vicino al terreno.

Il secondo si trovava all’ altezza del mio sguardo

Il terzo era quasi nascosto dietro un tralcio.

Continuai.

Quattro.

Cinque.

Sei.

Sette.

Mi sentivo così ridicola… nel pensiero di dover raccontare questa storia a qualcuno al mio ritorno.

Stavo per rientrare in casa quando vidi qualcosa muoversi più in alto, sopra la mia testa

Una foglia si voltò verso di me, non c’era vento, al centro aveva un occhio perfettamente limpido.

L’ottavo.

Rimasi immobile.

Sette morti.

Otto occhi.

Ripetei il conto, ancora e ancora e ancora

Il risultato non cambiò.

Fu allora che udii un fruscio leggero, la farfalla nera discese lentamente dall’alto e si posò accanto all’ottavo occhio.

La foglia tremò e l’occhio batté la palpebra.

Corsi verso la biblioteca… non ricordo di aver attraversato il corridoio.

Ricordo soltanto il diario aperto davanti a me.

Sette morti.

Sette occhi.

Eppure fuori i conti non tornavano

Rilessi ogni pagina.

Solo allora mi accorsi che due fogli, quasi alla fine, aderivano l’uno all’altro, li separai con molta cura, vi era conservato un piccolo frammento vegetale, ormai secco. 

Al centro della pagina, qualcuno aveva disegnato un occhio.

Sotto vi erano poche righe.

“Ho compreso troppo tardi l’errore.

“Gli occhi non appartengono ai morti.”

Sentii il sangue abbandonarmi il volto.

Continuai a leggere

“Compaiono prima.”

La frase successiva era stata cancellata, ma l’inchiostro traspariva ancora le parole.

Riuscii a leggerle a fatica avvicinando la candela alla pagina

“La farfalla viene quando l’occhio ha scelto.”

Mi voltai verso la finestra.

Qualcosa urtò il vetro.

Una volta.

Poi ancora.

Tic.

Tic.

Tic.

La farfalla nera!

Non trascorsi un’ altra notte nella casa…

All’alba ordinai che preparassero la carrozza.

Negli anni successivi ricevetti occasionalmente notizie della casa che non venne mai acquistata, il tetto cedette in una delle ali. Le finestre erano un ricordo, il giardino riprese la sua spontaneità.

Dell’edera mi dissero soltanto che continuava a crescere.

Io non vi tornai più 

Sono trascorsi molti anni.

Da tre mattine trovo una farfalla nera sul davanzale della mia camera. Considerarla una coincidenza? Vorrei farlo.

 Ho scoperto qualcosa sul muro esterno della mia abitazione… un sottile tralcio d’edera.

Non so come sia arrivato fin qui.

Ho preso una lampada e l’ho seguito fino alla finestra.

Ne è nata una sola foglia , al centro della foglia c’è un occhio.

Il mio.

Guarda qualcosa alle mie spalle.

Mentre scrivo, sento le ali sbattere contro il vetro.

Non mi volterò.

La farfalla nera “I racconti dell’ Hedera”

“I Racconti dell’ Hedera”. Tutti i diritti riservati. Ogni testo e acquerello è opera originale dell’autrice. Opera depositata e tutelata tramite Patamu (cod. deposito n. 272041)

*marocchino (o marrocchino )processo di concia fu introdotto in Spagna dagli Arabi del Marocco; Cuoio particolarmente fine e morbido, generalmente di color rosso intenso, ottenuto dalle pelli di capra con lo speciale procedimento della marocchinatura.

La storia di un restauro andato male.

Lei è Cecilia Giménez e lui è “Ecce Mono”

La storia di un restauro andato male…o forse no!

Sappiamo quanto il restauro di un’ opera d’ arte sia importante per conservare la stessa nel tempo, e sappiamo quanto un restauro pesante e invasivo possa alterarla completamente. 

Vi racconto la storia di Ecce Homo di Borja, “l’ incubo che perseguita i restauratori di tutto il mondo”

Tutto inizia nella calda estate del 2012, nel Santuario della Misericordia di Borja, una cittadina spagnola in provincia di Saragozza, dove il volto del Cristo dipinto su una parete scomparve sotto le pennellate di una arzilla signora ottantenne. Le fotografie circolarono velocemente, e qualcuno trovò una somiglianza con una scimmia. Nacque così l’inevitabile soprannome “Ecce Mono”  gioco di parole in spagnolo, dove mono significa scimmia.

Ma dietro a questa vicenda a tratti divertente dove i meme si sono sprecati prima c’era un artista , parlo dell’ autore dell’ opera, Elías García Martínez, nato a Requena nel 1858 e morto a Utiel nel 1934. Non era un grande maestro dimenticato né l’autore di un capolavoro sconosciuto, ma neppure uno scappato di casa , passatemi il termine.

Autoritratto del pittore Elías García Martínez all' età di 69 anni

(Autoritratto del pittore Elías García Martínez all’ età di 69 anni)

Fu pittore e insegnante d’arte e lavorò per anni nell’ambiente artistico di Saragozza. Dipinse paesaggi, nature morte e soggetti religiosi e partecipò anche a lavori decorativi e di restauro. Frequentava Borja per la villeggiatura.

Il piccolo dipinto Ecce Homo del Santuario della Misericordia apparteneva alla dimensione più intima della sua produzione.

 Lasciò una frase accanto all’ opera che permette di capire con quale spirito fosse stata realizzata:

«Questo è il risultato di due ore di devozione alla Vergine della Misericordia.»

Non è sicuramente la dichiarazione  di chi pensa di consegnare un capolavoro nei secoli , ma sembra più un gesto devozionale.

E in ogni caso l’immagine aveva illustri antenati. Evidenti sono i parallelismi con l’Ecce Homo di Guido Reni e con le molte traduzioni grafiche di quel modello. Le  immagini religiose celebri circolavano attraverso incisioni, stampe o riproduzioni e diventavano e diventano tutt’ ora modelli iconografici ripetuti da altri artisti.

Il Cristo di Borja perciò apparteneva alla lunga storia della copia devozionale.

Come è accaduto anche per i migliori ,la tecnica utilizzata da García Martínez si rivelò problematica: pittura a olio applicata direttamente sull’intonaco della parete, senza una preparazione tale da garantire una buona conservazione nel tempo e ovviamente l’ umidità aveva fatto il resto.

La superficie presentava  deterioramenti evidenti.

Questo particolare è molto importante perché modifica leggermente la favola che “lnternet” ha raccontato: non arrivò una signora a distruggere un dipinto perfettamente conservato. Arrivò una signora senza preparazione professionale davanti a un’opera che si stava deteriorando e cercò di salvarla nel modo sbagliato.

Entra in scena Cecilia

Nel 2012 Cecilia Giménez aveva 81 anni.

Era una parrocchiana devota, dipingeva da tempo come dilettante, aveva realizzato soprattutto paesaggi e aveva effettuato anche piccoli ritocchi su immagini religiose.

Ma dipingere e restaurare sono due mestieri diversi.

Non si tratta  semplicemente di saper ricreare una forma o trovare un colore simile. Bisogna conoscere i materiali originali, comprenderne il degrado, distinguere le integrazioni precedenti, valutare solventi e compatibilità chimiche e chissà quanto altro.

Cecilia fece la cosa più devastante in assoluto: Ridipinse.

Le analisi delle restauratrici professioniste incaricate di esaminare l’opera stabilirono che l’intervento era stato effettuato con colori a olio; una delle restauratrici coinvolte, Encarnación Ripollés, ha raccontato molti anni dopo che era stato impiegato anche uno spray di verniciatura industriale.

La storia racconta che la donna armata di pennelli e colori sia entrata di nascosto in chiesa, ma Cecilia sostenne pubblicamente che il sacerdote sapeva che stava lavorando al dipinto. (Qui un bel ” Oh mio Dio” ci sta’)

Dichiarò che tutti quelli che entravano nella chiesa potevano vederla dipingere (di male in peggio!)

Sostenne inoltre che il lavoro non fosse terminato e intendeva proseguirlo, ma il mondo aveva già visto !

Il 7 agosto 2012 il Centro de Estudios Borjanos pubblicò sul proprio blog un articolo dal titolo lapidario:

“Un hecho incalificable.”

Un fatto inqualificabile 

Le fotografie mostravano ciò che restava del Cristo di García Martínez e il nuovo volto che lo aveva sostituito.

Da quel momento la storia smise di appartenere soltanto alla piccola cittadina.

Il volto scimmiesco, gli occhi scuri, la corona di spine trasformata  in una massa di capelli crearono qualcosa che possedeva una caratteristica fondamentale per la cultura del web , era altamente riconoscibile

Il Cristo venne inserito nei dipinti celebri, nei fotomontaggi, nelle fotografie di personaggi famosi, diventò un meme.

Ovviamente cercarono di recuperare la situazione 

Nell’agosto del 2012 furono chiamate le restauratrici Encarnación Ripollés e Mercedes Núñez, che esaminarono la parete e prelevarono campioni per comprendere materiali e condizioni dell’opera.

Inizialmente non esclusero la possibilità di recuperare almeno parte della pittura originale.

  Si trovavano davanti a un’opera già fragile, eseguita con una tecnica poco adatta alla parete e successivamente ricoperta.

Il caso di Borja rappresenta quasi una lezione involontaria di conservazione, significa prima di tutto capire ciò che esiste, e soprattutto sapere quando fermarsi.

Prima dell’intervento di Cecilia Giménez, quante persone fuori da Borja conoscevano quell’Ecce Homo?Pochissime.

Già nel 2012 cominciarono invece ad arrivare visitatori da ogni parte del mondo, alla fine di quell’anno il Comune parlava di circa 40.000 visitatori.

Dieci anni dopo, le stime riportate dalla stampa superavano 300.000 visitatori provenienti da circa 120 paesi.

Il Santuario  fece pagare l’ingresso e parte delle entrate venne utilizzata per il mantenimento del luogo, per il personale e anche per finalità sociali rivolte agli anziani.

Il dipinto prima sconosciuto diventò meta di destinazione a livello mondiale.

Dopo il 2012 il suo valore è diventato qualcosa di completamente diverso.

Non necessariamente artistico nel significato tradizionale del termine ma valore mediatico, antropologico.

Un’immagine nata involontariamente è stata riprodotta, trasformata, parodiata e riconosciuta da milioni di persone.

Questa è la storia di una donna che vide un’immagine religiosa che il tempo stava cancellando e pensò di poterla salvare ma non ne aveva gli strumenti e il risultato fu disastroso.

Eppure il Cristo che voleva sottrarre all’oblio è oggi infinitamente più conosciuto di quanto sarebbe probabilmente mai diventato senza di lei.

L’ unica cosa che mi consola in tutta questa storia è che comunque sotto all’ orrore dipinto dalla signora continua ad esistere l’ originale.

Sul perché dipingo… riflessioni

Mi piace quando un mio dipinto trova una nuova dimora, mi piace più dell’ idea che questi possa generare fama o profitto, l’arte rende immortali…è per questo che dipingo…

 L’artista ha un privilegio straordinario, può sopravvivere a se stesso. Il suo corpo appartiene al tempo ma la sua arte il tempo lo attraversa. Un dipinto può fare parte della vita di tante persone, e ogni volta che qualcuno si fermerà a guardarlo qualcosa tornerà ad accadere… conserverà la presenza di una persona che non c’è più, il movimento della sua mano, le sue esitazioni, le sue ossessioni, il suo modo irripetibile di vedere.

È qui che i miei Memento mori trovano il loro significato più profondo.

Dipingo simboli che mi ricordano la morte, ma lo faccio attraverso un gesto che aspira all’immortalità.

Il teschio dice che il corpo finirà.
Il fiore che la bellezza è destinata a mutare.
La falena ci ricorda che l’esistenza è fragile mentre l’edera,  continua ad aggrapparsi, a crescere, si fa spazio…e la pittura rimane, mi affascina profondamente questa contraddizione: nell’ atto del dipingere  penso alla caducità dell’esistenza, sto contemporaneamente creando  qualcosa che potrebbe esserci quando io non esisterò più.

Anche le vecchie cornici che scelgo  appartengono a questo pensiero, sono sopravvissute al proprio tempo. Non conosco le mani che le hanno toccate né le pareti sulle quali sono state appese, eppure sono arrivate fino a me. Io affido a loro il presente e quel passaggio continua; il passato custodisce qualcosa del mio presente perché possa raggiungere un futuro che non vedrò.

L’ arte è permanenza.

Qualcuno si fermerà e osserverà. Non saprà quale musica ascoltavo mentre dipingevo, cosa accadeva fuori dalla mia finestra o quali pensieri attraversavano la mia mente.

Eppure io vivrò lì, nelle pennellate,nella materia, nel colore…per sempre

work in progress…

Il morto che fuma…il “Memento mori” di Van Gogh

Lui è Vincent Van Gogh l’ altro è un teschio che emerge da un fondo quasi completamente nero  che stringe tra i denti una una sigaretta accesa; una flebile brace , ma sufficiente a trasformare un’immagine di morte in qualcosa di beffardo, irriverente e molto vitale.

La foto fu scattata all’Aia nel gennaio 1873, quando Vincent aveva 19 anni e lavorava per la casa d’arte Goupil & Cie. La fotografia è attribuita a Jacobus Marinus Wilhelmus de Louw

“Teschio di scheletro con sigaretta accesa”  in olandese Kop van een skelet met brandende sigaret  fu dipinto dal nostro Vincent  ad Anversa, probabilmente tra gennaio e febbraio del 1886. È un piccolo olio (circa 32,3 × 24,8 cm) oggi conservato al Van Gogh Museum di Amsterdam con il numero d’inventario s0083V1962. Non essendo datato dall’artista e non comparendo esplicitamente nelle sue lettere, la collocazione cronologica non è  certa, è stata ricostruita dagli studiosi sulla base del periodo trascorso in accademia. 

Questo dipinto viene definito dal Van Gogh Museum uno “scherzo giovanile” dipinto a trentadue anni. In realtà Vincent non era un artista alle prime armi, aveva già dipinto I mangiatori di patate e lavorava da anni alla costruzione di un suo linguaggio artistico. Nel gennaio del 1886 si iscrisse ai corsi di Anversa, soprattutto per perfezionarsi nello studio della figura umana e avere accesso ai modelli. Esperienza  breve e tutt’altro che serena. Il metodo accademico era distante anni luce dalla sua concezione di pittura.

 In una lettera al fratello Theo riconosce comunque che l’Accademia gli offre l’opportunità di osservare gli effetti del disegno costruito attraverso il contorno… insofferente alle regole sicuramente, ma sapeva accogliere cosa gli poteva essere utile. 

Ma ritorniamo al nostro scheletro…

Lo scheletro uscì dall’aula di anatomia era un normale esercizio d’accademia, dipingerlo, invece, non faceva parte del programma. Per questo il Van Gogh Museum ritiene che Vincent abbia realizzato la tela al di fuori delle lezioni, chissà forse durante una pausa mentre si fumava una sigaretta o immediatamente dopo il corso.

Mi piace come Van Gogh acquisisce uno strumento didattico e lo sottrae alla sua funzione, lo scheletro non è più soltanto una struttura anatomica da copiare fedelmente. Diventa un personaggio.

Il dipinto dimostra, inoltre, che l’artista possedeva una conoscenza dell’anatomia più solida di quanto talvolta suggerissero i giudizi dei suoi insegnanti. La scatola cranica, le cavità orbitali, la mandibola, le vertebre cervicali e le ossa delle spalle sono rese con sicurezza. Non siamo davanti ad una improvvisazione 

Una provocazione contro l’Accademia? Una critica ai metodi? Possibile , ma non esistono dichiarazione certe di Van Gogh.

Sicuramente ha dato vita al suo scheletro, è bastata una sigaretta…un’abitudine umana. Il morto non posa, fuma e sembra voltarsi verso di noi con aria sfrontata.

Proprio qui si manifesta la distanza fra Van Gogh e l’insegnamento tradizionale. L’Accademia cercava nel corpo una forma ideale; lui ci trova un’esistenza…persino se si tratta di ossa.

Osservata oggi, l’immagine potrebbe diventare una perfetta campagna contro il tabacco (in realtà ho un dubbio che non sia stata già in passato utilizzata): la sigaretta conduce alla morte e il fumatore è già ridotto a scheletro.

Escludo da parte di Vincent questo pensiero, era un fumatore abituale, soprattutto di pipa, e nelle sue lettere al fratello  parla più volte del tabacco come di un conforto. Nel suo immaginario, il fumo non rappresentava la malattia. Secondo lo studioso Martin Bailey, la sigaretta accesa poteva significare addirittura il contrario: “un residuo di vita dentro l’ immagine della morte”

Il teschio appartiene alla tradizione del memento mori e della vanitas: immagini che ricordano la fragilità della vita e l’inevitabilità della morte e Van Gogh, cresciuto nei Paesi Bassi e immagino conoscitore dell’arte nordica, non poteva ignorare completamente questo patrimonio figurativo.

Eppure nel dipinto non compaiono gli oggetti tradizionali della vanitas. C’è soltanto una sigaretta ancora accesa. È un oggetto quotidiano, moderno che sostituisce i simboli solenni della pittura antica.

La vedo più come una parodia  “ricordati che devi morire” ma continuiamo a comportarci come se nulla fosse”.

Il legame con la tradizione gotica del Nord

Una lettura più recente ha inserito il quadro nel ritorno dell’immaginario gotico fra Ottocento e Novecento. Nel 2024–2025 l’opera è stata inclusa nella mostra Gothic Modern, organizzata dall’Ateneum Art Museum di Helsinki e successivamente presentata in altre sedi europee. L’esposizione ha messo in relazione artisti moderni con  immagini medievali e rinascimentali della morte, delle danze macabre e del perturbante.

La curatrice Anna-Maria von Bonsdorff ha richiamato, in particolare, la tradizione della danse macabre e l’interesse di Van Gogh per Hans Holbein. Questa interpretazione amplia la precedente che parla di ” scherzo” dietro l’umorismo del teschio potrebbe esserci una memoria visiva più antica, quella dei morti che nelle incisioni nordiche continuano a muoversi, suonare, danzare e imitare i vivi. (Vedi anche l’ articolo che ho scritto su Hugo Simberg)

Non è l’unico scheletro di Van Gogh…

Nello stesso periodo Van Gogh realizzò anche il disegno di uno scheletro appeso con un gatto. Questo rafforza il legame con gli esercizi anatomici dell’Accademia e mostra anche quanto l’artista fosse capace di trasformare un soggetto scolastico in una scena grottesca.

Il teschio con la sigaretta rimane però l’immagine più riuscita, immediata e impossibile da dimenticare. Il fondo nero cancella ogni riferimento all’aula o all’atelier. Tutto il quadro sembra organizzato attorno a quella scintilla. Potrebbe essere benissimo un’ opera contemporanea. Questo piccolo dipinto è diventato una delle immagini di Van Gogh più amate dal pubblico giovane. È una di quelle opere che vive fuori dal proprio tempo potrebbe essere la copertina di un disco o un’opera di street art.

E c’è tutto! lo scherzo di uno studente insofferente, la tradizione della vanitas, il gusto nordico per il macabro, la familiarità personale dell’artista con il tabacco e il suo bisogno di trovare vita persino dove la vita è scomparsa.

ma ritorniamo al disegno con il gatto

Il titolo ufficiale del Van Gogh Museum è semplicemente Skeleton, mentre è comunemente conosciuta come Hanging Skeleton and Cat — Scheletro appeso e gatto. Il gatto si distingue nella parte inferiore del minuscolo disegno. Il museo oggi cataloga l’opera come realizzata a Parigi, tra marzo e maggio 1886, non ad Anversa. È un piccolo disegno a matita su cartoncino, di appena 10,5 × 5,8 cm, conservato al Van Gogh Museum ad Amsterdam.

La vera storia della “Calavera Garbancera” per gli amici… La Catrina

Lui è José Guadalupe Posada morto a Città del Messico Il 20 gennaio 1913,  aveva sessant’anni,  i suoi resti finirono in una fossa comune perché nessuno li reclamò. Oggi  il suo nome è inseparabile da una delle immagini più famose dell’arte messicana.

Lei una signora con un enorme cappello fiorito che ci riporta al Día de Muertos , la festa messicana dedicata ai morti.

Quella che oggi chiamiamo La Catrina, all’inizio di questa storia, non si chiamava affatto Catrina, e non era nemmeno agghindata a festa.

La sua storia comincia all’inizio del Novecento, nella vivace e  turbolenta società messicana del periodo del Porfiriato, il protagonista principale è José Posada un incisore , litografo, illustratore e caricaturista. La sua produzione fu vastissima e attraversò temi come la cronaca, la politica, i delitti,  vita quotidiana e naturalmente la morte. Ma torniamo alla storia…

Prima di essere una signora elegante la nostra Catrina era soltanto un teschio; José aveva un modo veramente particolare di rappresentare la morte,  andava al mercato, beveva, ballava, cavalcava, litigava, si innamorava, partecipava alle feste ma soprattutto prendeva in giro i vivi.

Le sue calaveras erano uno strumento di satira sociale.

La Calavera Garbancera, (questo è il suo vero nome)

è l’immagine che oggi conosciamo come Catrina.

Il termine garbancera non era a caso. Si riferiva ai venditori di ceci (garbanzos) che nel linguaggio satirico dell’epoca, veniva utilizzato per prendere in giro persone di origine indigena che  assumevano modi e atteggiamenti europei, rinnegando le proprie origini.

La calavera di Posada diventa  una caricatura feroce.

Il messaggio che lancia è:

puoi truccarti, vestirti all’ultima moda, imitare anche l’aristocrazia europea ma sotto tutto questo…sei comunque una calavera.

Alla morte del tuo status sociale non frega niente.

Il cappello è uno degli elementi più iconografici dell’immagine, il teschio faceva  ridere e riflettere contemporaneamente.

Una caratteristica fondamentale delle  calaveras di Posada è proprio questa capacità di trasformare la morte in uno specchio della società.

E qui una prima curiosità: Ma era davvero un’incisione del 1910? Circolano moltissime date ripetute senza controllo sul web, la realizzazione dell’immagine viene generalmente collocata intorno al 1912, ma la prima stampa datata e documentata che conosciamo è del 1913.

Curioso vero? Se si pensa che il nostro José morì il 20 gennaio 1913.

L’immagine in realtà è stata pubblicata postuma, in una delle celebri hojas volantes dell’editore Antonio Vanegas Arroyo. Una di queste pubblicazioni, del 1913, porta il titolo Remate de calaveras alegres y sandungueras.

Quindi Posada non vide nascere la fama della sua creatura.

E se pensiamo a ciò che sarebbe successo qualche decennio dopo….

Nel 1947 entra in scena Diego Rivera

Sono passati più di trent’anni dalla morte di Posada.

Diego Rivera sta realizzando uno dei suoi murales più celebri

“Sueño de una tarde dominical en la Alameda Central”. (Riconoscete qualcun altro in questo murales?)

La grande opera, realizzata tra luglio e settembre del 1947, misura circa 15,66 × 4,18 metri e raccoglie una sorta di enorme corteo della storia e della società messicana. 

E al centro c’è lei, la calavera di Posada.

Ma Rivera la reinterpreta, la veste, il teschio diventa una figura intera, elegantissima, con un abito lungo e un aspetto aristocratico.

Ed è Rivera a trasformarla nella figura che oggi riconosciamo immediatamente come “La Catrina.”

*Il termine catrín indicava un uomo elegante e raffinato la sua controparte femminile diventa appunto la Catrina. 

Manca però un passaggio fondamentale nella nostra storia.

Posada aveva creato una satira sulla vanità sociale mentre

Rivera la trasforma in un personaggio iconico.

E c’è un dettaglio surreale nel murale, Rivera non si limita a mettere Catrina al centro.

 La figura scheletrica tiene per mano un piccolo Diego Rivera bambino e accanto a lei compare José Guadalupe Posada.

Se questa non è una dichiarazione di discendenza artistica…

Rivera sta dicendo, attraverso la pittura:”Io sono qui anche grazie a lui.”

Il murale diventa quindi anche una sorta di omaggio postumo a Posada, che durante la propria vita non aveva conosciuto la gloria che gli sarebbe arrivata in seguito. Questa è l’opera nella quale Rivera rese immortale La Catrina

Ma se ci pensiamo bene cosa c’entra tutto questo con il Día de Muertos?

In fin dei conti Catrina non è un’antica divinità azteca e

non è una  figura precolombiana che esisteva da secoli con quel nome.

Si tratta di una creazione artistica moderna, nata all’inizio del XX secolo.

Quello che invece ha radici molto più profonde è il particolare rapporto messicano con la morte.

La festa, nella forma in cui è arrivato fino a noi, è il risultato di una lunga storia culturale nella quale pratiche indigene e tradizioni cattoliche si sono intersecate e trasformate nel corso dei secoli. Personalmente trovo interessante 

come la morte non viene necessariamente trattata come una presenza da rimuovere anzi la si invita a tornare.

Le famiglie preparano altari, cibo, fiori, candele e oggetti destinati ai defunti. 

È certamente una concezione molto diversa dalla nostra idea occidentale. 

La morte può essere anche divertente, e José Posada con le sue zincografie* ce l’ ha dimostrato. 

La Catrina in particolare non è semplicemente uno scheletro decorativo.

Dentro di lei convivono almeno tre cose:

la satira di Posada,

la reinterpretazione di Rivera,

e il rapporto messicano con i morti.

E aggiungerei anche il nostro bisogno di scherzare davanti a ciò che ci spaventa.

José Guadalupe Posada, Calavera Garbancera, ca. 1912; prima pubblicazione documentata, 1913.

*tecnicamente, parlerei di incisione su metallo  zincografia piuttosto che di “acquaforte”, perché le fonti specialistiche descrivono la stampa del 1913 come zincografía e le fonti istituzionali messicane parlano più genericamente di incisione su metallo. 

Sul vuoto

Per vedere realmente una cosa, bisogna smettere di disegnarne i contorni e iniziare a osservare  il vuoto che le sta intorno. Ho ripreso questo concetto leggendo una frase di Leon Battista Alberti.  Scriveva che quando guardiamo qualcosa, non vediamo soltanto il corpo, ma anche il luogo che occupa nello spazio.

“Vedendo qual cosa, diciamo questo esser cosa quale occupa uno luogo”(De pictura 1435)

Non sto parlando certamente di quello che oggi viene chiamato spazio negativo, a parer mio è un concetto più ampio. È avere la consapevolezza che una forma non esiste mai da sola.

Per esempio, un ramo è anche lo spazio che si apre tra un ramo e l’altro, una finestra è anche la luce che la attraversa, perciò un oggetto è anche la distanza che lo separa da ciò che gli sta accanto.

Quando guardiamo un oggetto, la nostra mente tende automaticamente a riconoscerlo e ad etichettarlo abbiamo già deciso che cosa stiamo guardando prima ancora di averlo veramente osservato.  Ma è quel vuoto che normalmente non consideriamo a raccontarci la forma con maggiore precisione. È interessante come questo concetto non rimanga confinato al disegno; persino un’esistenza può essere letta attraverso i suoi vuoti.

L’eco del vuoto di Salvador Dalí, realizzato intorno al 1935

Hugo Simberg e il giardino dove la morte cura la vita

Lui è Hugo Simberg…(Lei non lo so)

Finlandese, nato nel 1873, morto nel 1917. Pittore, grafico, e fotografo, grande osservatore , molto curioso e soprattutto uno di quegli artisti difficili da collocare con una sola definizione.

Simberg appartiene al Simbolismo nordico, ma nelle sue opere c’è qualcosa che va oltre, piccoli diavoli, angeli feriti, scheletri, fiori, paesaggi, bambini, qualche creatura inquietante. Il suo mondo può sembrare oscuro, ma raramente è veramente spaventoso.

Anzi può risultare tenero per certi versi

” ll giardino della morte” è uno dei miei dipinti preferiti.

La storia di questo dipinto comincia da lontano…

Nel 1896 il ventiduenne Hugo, viaggia a Londra su suggerimento del suo maestro Akseli Gallen-Kallela. Al British Museum entra in contatto con le celebri immagini della Danza della Morte di Hans Holbein il Giovane, realizzate nel XVI secolo. 

Per Hugo è un incontro importante.

Holbein aveva trasformato la morte in un personaggio! Compare accanto agli uomini durante la loro quotidianità. Hugo prende quell’idea e la porta altrove.

A Parigi. Ed è qui che dipinge Il giardino della morte.

Tre scheletri vestiti di nero si aggirano fra aiuole e vasi. Uno si occupa delle piante, un altro sembra stringere delicatamente un fiore, mentre il terzo è voltato ma sempre affecendato

Si prendono cura di un giardino, decisamente insolito, viene da pensare.

Ci sono piccoli vasi, piante strane, fiori sottilissimi, forme fantastiche. Tutto molto ordinato con una cura  meticolosa.

E poi ci sono loro.

I morti.

Hugo aveva una visione molto particolare di ciò che accade dopo la morte. E cosa  rara per lui, ha lasciato una spiegazione precisa dell’opera.

Su uno schizzo scrisse che il giardino era il luogo nel quale i morti arrivano prima di entrare in Paradiso. 

Questa breve annotazione cambia completamente il modo di guardare il dipinto.

Le sue piantine sono associate alle anime e gli scheletri sono i loro custodi.

La morte diventa così una sorta di giardiniere dell’aldilà. Non c’è niente di macabro , la sensazione di pace è immediata , almeno per me.

Il tema è la morte, ma lui non sembra avere alcuna intenzione di renderla monumentale o inquietante. 

I suoi scheletri hanno qualcosa di goffo, le vesti nere sono enormi, i corpi ossuti spuntano da sotto i mantelli e le loro attività hanno una normalità domestica. Simberg  toglie alla Morte tutta la sua teatralità e la rende a tratti simpatica. Niente falci o demoni urlanti, nessun cielo in tempesta.

Il Giardino della morte non rimase un’immagine isolata.

Simberg tornò più volte sul soggetto e nel 1905-1906 realizzò una grande versione ad affresco nella cattedrale di Tampere. 

Il piccolo dipinto del 1896 e l’affresco sono quindi due momenti della stessa idea.

Lui non abbandona il giardino , lo ingrandisce e lo porta dentro ad una chiesa luterana dei primi del Novecento.

Ovviamente le opere realizzate da Simberg nella cattedrale suscitarono parecchie critiche. 

Come ho scritto prima Hugo non spiegava volentieri i suoi quadri, lasciava che le immagini facessero il loro lavoro.

Certo per il giardino della morte fece un’eccezione, lasciandoci quella breve spiegazione sull’aldilà. Ma anche così, non ci dice tutto.

Non ci spiega perché quelle piante siano così strane.

Non ci dice cosa accadrà esattamente alle anime.

Non sappiamo quanto dovranno aspettare.

Non sappiamo nemmeno se tutti arriveranno davvero in Paradiso. È un giardino sospeso , un luogo di passaggio…

Amo questo  artista che prende la cosa che più inquieta, la morte, e la mette a coltivare fiori.

Prende uno scheletro e gli dona un gesto umano.

Prende un giardino e lo trasforma in una sala d’attesa fra questo mondo e l’altro…viene quasi da chiedersi se, in fondo, la morte non sia sempre stata un po’ diversa da come ce l’hanno raccontata.

Probabilmente non arriva soltanto per portarci via; nel suo strano giardino qualcuno continua ad annaffiare ciò che siamo stati.

Hugo Simberg, Il giardino della morte (Kuoleman puutarha), 1896 — acquerello e gouache su carta, 15,8 × 17,5 cm, Ateneum Art Museum, Helsinki. 

L’affresco del 1906

Il Giardino della morte (Kuoleman puutarha) che si trova nella Cattedrale di Tampere risale al 1906. È collocato sotto la galleria nord, vicino al pulpito.Non è semplicemente una copia ingrandita dell’opera del 1896.

Simberg riprende il soggetto, ma lo adatta all’architettura della chiesa . Il piccolo quadro del 1896 diventa così parte di un più ampio programma simbolico.

La Cattedrale di Tampere, costruita secondo il progetto dell’architetto Lars Sonck, fu concepita come un’opera in cui architettura e arti figurative dovevano dialogare. Simberg lavorò all’interno insieme a Magnus Enckell, che realizzò il grande affresco della Resurrezione sull’altare. 

Nell’affresco il giardino acquista una dimensione quasi teatrale. I tre scheletri sono ancora lì, con i loro grandi mantelli scuri e continuano a occuparsi delle piante, ma adesso il loro giardino vive dentro uno spazio sacro.

Una fonte della Cattedrale sottolinea che, per Simberg, la morte è una figura umana e non minacciosa, parte del ciclo della vita. 

Questa è la versione monumentale di Il giardino della morte (Kuoleman puutarha), realizzata da Hugo Simberg nel 1906 nella Cattedrale di Tampere. L’affresco misura circa 180 × 230 cm ed è collocato sotto la galleria nord, vicino al pulpito

La fotografia

C’è sempre una fotografia che aspetta.

Questa l’ho trovata in un vecchio album con la copertina d’ osso intagliata finemente, in un mercatino silenzioso, tra bottoni spaiati e lettere mai spedite. Una giovane donna, abito scuro, colletto alto, mani intrecciate sul grembo. Nulla di insolito, se non gli occhi.

Gli occhi , troppo lucidi, troppo languidi. Come se qualcosa li avesse costretti a vedere oltre.

Sul retro, una scritta sottile, incostante come il baluginio di una candela.

“Per non chiudere mai lo sguardo.”

Le pupille, vaste come pozzi. Dilatate oltre il naturale. Oltre il lecito. Ricordai allora ciò che avevo letto anni prima, l’ Atropa belladonna, veleno e bellezza. Le dame ne instillavano una goccia negli occhi per apparire più languide e desiderabili.

Più morte…perché nulla dilata lo sguardo come la prossimità dell’abisso.

Iniziai a cercarla.

Archivi digitali, registri sbiaditi, necrologi dimenticati. Il nome emerse lentamente come un volto dall’acqua: un nome che non dirò… e una data 1873. Deceduta a ventidue anni. Causa ignota.

Ma non fu la sua morte a inquietarmi.

Fu ciò che lessi.

Un breve trafiletto, quasi nascosto:

“La famiglia riferisce episodi inspiegabili dopo la dipartita. Specchi coperti. Si sconsiglia la permanenza nella dimora.”

Da quel momento, la fotografia diventò presenza costante, gli occhi sembravano più grandi. più vivi quasi consapevoli…di cosa?

E poi accadde.

Mi avvicinai troppo con lo sguardo. Cercando di cogliere il punto esatto in cui la finzione finisce e qualcosa d’altro comincia. Fu allora che compresi.

Non erano stati dilatati per essere più belli.

Erano stati aperti per non chiudersi mai, per restare.

Per vedere anche dopo.

Ora la fotografia non è più sulla scrivania.

Non ricordo di averla spostata.

Ma ogni tanto, quando passo davanti a uno schermo spento, a una finestra di notte, a una superficie che riflette appena, li rivedo.

E non sono più soltanto suoi.

“Non esiste sguardo innocente; oltre il limite, è la realtà che si deforma per restare dentro.”(Hedera)

Curiosità

*L’impiego della Atropa belladonna per dilatare le pupille non è un’invenzione letteraria, ma una pratica documentata nella storia europea, con particolare diffusione tra Rinascimento e Ottocento.

Nella cultura estetica dell’epoca, occhi più grandi e lucidi erano associati a:

fascino languido,sensualità discreta, intensità emotiva

Nel periodo vittoriano, l’uso non era universalmente diffuso né apertamente dichiarato, ma rientrava in pratiche cosmetiche “riservate”, talvolta citate in manuali di bellezza,trattati medici,letteratura dell’epoca.

La sostanza attiva principale, l’atropina, agisce sul sistema nervoso causando la dilatazione delle pupille. Tuttavia, già nel XIX secolo erano noti gli effetti collaterali.

L’uso della belladonna comportava rischi significativi:

visione offuscata e sensibilità alla luce, tachicardia e vertigini e possibile avvelenamento nei casi più gravi come danni permanenti agli occhi con uso prolungato.

La pratica era controversa e spesso scoraggiata in ambito medico, anche se non del tutto abbandonata in contesti estetici.

Questa tensione tra bellezza e pericolo tra seduzione e tossicità ha contribuito a rendere la belladonna un simbolo ricorrente nella sensibilità gotica e vittoriana: uno strumento per “aprire lo sguardo”, ma al prezzo di alterare profondamente la percezione stessa della realtà.

© Umberta Ruffini, “I Racconti dell’ Hedera”. Tutti i diritti riservati.

Ogni testo e acquerello è opera originale dell’autrice.

Opera depositata e tutelata tramite Patamu (cod. deposito n. 272041)

Hedera

Perché scegliere uno pseudonimo per fare arte.

 Fondamentalmente per essere liberi di creare

 Il percorso artistico in alcuni casi sente il bisogno di uno spazio proprio, di un’identità capace di contenere idee, opere, ricerca e trasformazione.

Scegliere un nome d’arte non è una maschera dietro cui nascondersi. 

È il luogo in cui tutto ciò che creiamo trova una casa.

Negli anni ho capito che dipingere, studiare opere del passato, scrivere racconti, condividere ricerche e osservazioni non sono attività separate, ma parti dello stesso universo creativo, dare un nome a quell’universo è stato un passo naturale. E mi permette soprattutto di separare la sfera privata da quella artistica. Non significa prendere le distanze da ciò che si è, ma proteggere una parte di sé e allo stesso tempo offrire  un’identità riconoscibile e coerente.

Molti artisti hanno scelto di firmare le proprie opere con uno pseudonimo, a volte per ragioni personali, altre per libertà espressiva, altre ancora perché quel nome raccontava meglio la loro visione del mondo.

 Scegliere un nome significa costruire una piccola dimora simbolica un luogo dove ogni dipinto, ogni articolo, ogni scoperta e ogni storia possano convivere senza essere limitati da un’unica definizione.

L’arte cambia…chi crea cambia, ma non necessariamente il percorso artistico deve combaciare con quella che è la vita personale. Ho dato un nome alla parte più autentica di ciò che creo.

Quando ho iniziato a riflettere sul nome da dare al mio progetto, non cercavo qualcosa che fosse semplicemente bello da pronunciare, cercavo un luogo.

Non un luogo fatto di muri e finestre, ma uno spazio capace di accogliere tutto ciò che amo creare.

Da questa esigenza è nata House of Hedera. È una casa nel senso più antico del termine: un rifugio, una dimora della memoria, un luogo in cui conservare una storia .

Hedera…l’edera è la pianta che da sempre mi accompagna. È tenace, cresce lentamente, si adatta al tempo senza perdere la propria identità. Si aggrappa, ma non per soffocare; lo fa per continuare a salire, per cercare la luce. In natura è simbolo di continuità, fedeltà e resilienza. È una presenza silenziosa che attraversa le stagioni, proprio come l’arte attraversa le epoche.

Hedera non è soltanto una firma. È un luogo aperto, in continua evoluzione, dove ogni dipinto, ogni ricerca e ogni racconto contribuiranno a costruire una storia più grande, perché una casa non è definita dalle sue pareti ma bensì da ciò che custodisce.

Tempus edax rerum

“Il tempo divora ogni cosa.”

Così scriveva Ovidio nelle Metamorfosi, consegnando ai secoli una delle più potenti riflessioni sulla condizione umana.

Questa Vanitas nasce da quelle parole.

Un teschio emerge dall’omba,reliquia silenziosa. Sopra di esso si posa la falena testa di morto, creatura che da sempre abita il confine. Non è soltanto un simbolo di morte, è il segno del passaggio, della trasformazione inevitabile che accompagna ogni esistenza.

L’edera si intreccia attorno alle forme consumate dal tempo. Mentre la materia si deteriora, essa continua a crescere, ad avvolgere, a persistere. Nella sua presenza convivono due significati opposti e complementari: la memoria che resiste e la natura che lentamente riconquista ogni cosa.

Anche lo specchio ha smesso di restituire immagini nitide. Ci ricorda che nulla rimane immutato. Volti, oggetti, ambizioni, perfino i ricordi più cari vengono lentamente levigati dal trascorrere degli anni. Le antiche Vanitas non parlavano soltanto della morte; invitavano piuttosto a osservare la fragilità delle cose terrene e a riconoscere il valore del tempo che ci è concesso.

La falena, il teschio e l’edera ci raccontano che tutto ciò che nasce è destinato a cambiare forma. Il tempo divora, ma nel suo incessante passaggio lascia tracce.

Ed è in questa consapevolezza che si nasconde la parte più preziosa dell’esistenza: ogni istante possiede un valore inestimabile.

Tempus edax rerum.

Il tempo divora ogni cosa, ma è proprio il suo passaggio a rendere preziose le cose che amiamo.

Gouache su tavoletta

Il ritratto dietro il velluto

Questa volta pubblico qui uno dei miei racconti, solitamente per “I Racconti dell’Hedera” utilizzo un’altra piattaforma (Substack)

Giunsi alla dimora nei primi giorni di novembre, quando l’aria possiede quella particolare freddezza che non ferisce il viso, ma sembra insinuarsi direttamente nei pensieri. Il cocchio mi lasciò dinanzi ai cancelli in ferro battuto e per un momento, osservai l’edera che divorava le mura di pietra. Pareva una mano verde intenta a reclamare ciò che il tempo aveva dimenticato.

La casa apparteneva a un mio lontano parente, ormai defunto da alcuni mesi, e poiché nessun altro aveva desiderato occuparsene, tale compito era caduto su di me.

L’interno conservava quell’odore che appartiene alle stanze chiuse troppo a lungo: cera consumata, legno antico e lievi tracce d’umidità. Ogni mobile giaceva sotto lenzuola ingiallite come fantasmi in attesa.

Nei giorni successivi mi dedicai all’esame delle stanze e dei registri, finché, in un corridoio del piano superiore che nessuna finestra sembrava voler illuminare, trovai una  porta  rivestita di velluto rosso cupo.

Veramente singolare, pensai.

Non era chiusa.

Entrai chinando la testa.

La stanza era quasi spoglia. Soltanto una poltrona, una tavola e un grande ritratto coperto da un drappo nero.

Ricordo con chiarezza il disagio che mi colse. Non saprei dire perché. Talvolta l’animo riconosce pericoli…

Lasciai trascorrere alcuni minuti osservando quel drappo immobile.

Poi lo sollevai.

Il dipinto raffigurava una figura seduta accanto a una finestra. Nulla di insolito, se non fosse per un particolare: il volto era nascosto dall’ombra.

Pensai a un’opera incompleta.

Eppure il resto era rifinito con una precisione che potrei definire maniacale ; le pieghe dell’abito, le dita pallide, persino la pioggia oltre i vetri appariva viva.

Tornai la sera seguente accompagnata dalla luce di una candela

Vi era qualcosa che mi attirava e qualcosa che mi inquietava.

Posai la luce sul tavolo e guardai ancora.

Per un istante mi sorpresi a ricordare quel singolare romanzo del signor Wilde, comparso alcuni anni prima, nel quale un ritratto custodiva sulla tela ciò che il volto umano rifiutava di confessare. Ricordo d’aver sorriso allora a quell’idea , poiché gli uomini amano definire fantasia tutto ciò che non hanno ancora veduto coi propri occhi.

Quel sorriso si spense presto, mi accorsi del cambiamento. La mano.

Ne ero certa… nel dipinto la mano era prima raccolta sul grembo; ora invece poggiava sul bracciolo della poltrona.

Risi della mia stessa impressione. L’occhio inganna e la memoria tradisce.

La notte seguente tornai ancora.

E il cuore cessò quasi di battermi nel petto.

La figura era leggermente voltata verso di me.

Non molto. Abbastanza.

Smisi di dormire.

Cominciai a osservare il quadro ogni giorno.

Ogni giorno mutava. Lentamente. Inesorabilmente.

Il viso emergeva dalle ombre.

Le spalle ruotavano.

Gli occhi prendevano forma.

E più la figura si mostrava… più mi pareva familiare.

Una sera, tremando, presi uno specchio dalla mia camera e lo posai davanti al dipinto.

Istanti infiniti, non compresi.

Poi lo specchio cadde dalle mie mani. Il volto era il mio.

Non il mio volto di allora, no.

Il mio volto consunto dal tempo.

Le guance scavate.

Gli occhi spenti.

Come se qualcuno avesse dipinto ciò che ancora non ero diventata. 

Dovevo andarmene.

Scoprii, con mio stesso disgusto, che la curiosità supera spesso la paura.

La sera seguente mi recai nella biblioteca.

Tra vecchi atlanti e volumi dimenticati trovai un registro appartenuto al mio defunto parente.

Le prime pagine parlavano di questioni ordinarie: conti, raccolti, acquisti.

Poi la grafia mutava. Diventava nervosa.

Lessi:

“Non muta in mia presenza.”

Più avanti:

“Attende che io lasci la stanza.”

Ancora:

“Ho coperto gli specchi.”

Sentii un gelo percorrermi la spina dorsale.

Voltai altre pagine.

“Stanotte l’ho trovato rivolto verso la finestra.”

“Non rammento d’averlo dipinto con gli occhi aperti.”

Le ultime righe erano tremolanti

“Vi è una seconda porta.”

Sollevai lo sguardo.

Fu allora che udii il rumore.

Tre colpi.

Lenti.

Toc.

Toc.

Toc.

Non provenivano dalla porta della biblioteca. Nemmeno dal corridoio.

Provenivano dalla parete.

Guardai il registro.

L’ultima frase:

“Se udirete bussare, non cercate la porta.”

Naturalmente la cercai…l’uomo è una creatura singolare, basta dirgli di non guardare, ed egli spalancherà gli occhi.

Passai ore a battere le mani contro il legno delle pareti, finché una porzione della libreria cedette.

Dietro di essa apparve una stretta apertura, un’ aria gelida mi colpi il viso

Nelle narici l’odore delle stanze rimaste chiuse troppo a lungo.

Entrai portando con me la lampada.

La scala scendeva sotto la casa, consumata da molti passi. Troppi.

Mi ritrovai in una piccola stanza circolare. Ricoperta di ritratti.

Decine.

Forse centinaia.

Uomini.

Donne.

Volti di ogni età.

E tutti possedevano la medesima espressione. Terrore.

Avvicinai la candela

Sotto ciascun dipinto compariva una data.

Osservai l’ultima tela. Era vuota…non del tutto.

Lentamente, nel bianco della tela, iniziarono a comparire linee sottili.

La curva di una spalla.

Il contorno di una mano.

E compresi.

Non era il ritratto al piano superiore che mutava. Era questo. L’altro era soltanto uno specchio.

Udii un rumore alle mie spalle

Voltandomi, vidi la porta richiudersi. Poi, nel silenzio e una voce.

Molto vicina.

Troppo vicina, pareva uscire dalle pareti stesse. La riconobbi.

Era la mia.

E pronunciò soltanto: “Finalmente.”

Molti anni sono trascorsi da allora.

Scrivo queste righe in una stanza che non possiede finestre.

Ho smesso di contare i giorni.

Talvolta odo passi sopra la mia testa.

Talvolta qualcuno bussa.

Tre colpi. Sempre tre.

Una figura.

Immobile.

Ferma dietro le mie spalle.

Sento il ghigno 

E temo che quando terminerò queste parole dovrò voltarmi.

“La curiosità è una candela singolare: illumina il cammino e talvolta, rivela ciò che avrebbe dovuto restare nell’ombra.” (Hedera)

Anatomia silentii

Guazzo Su tavoletta, per questo lavoro ho trovato una splendida cornice guilloché

L’edera, tenace e antica, attraversa il teschio, è memoria vivente. I fiori diventano il fragile atto di resistenza contro la dissoluzione, mentre il silenzio si deposita come polvere sottile su ogni forma.

Il silenzio è ciò che rimane quando la voce umana smette di esistere e il mondo naturale si riprende il proprio linguaggio segreto.

Dialogo con l’ombra

“Dialogo con l’ ombra” la mia ultima guache

Una vanitas intima, quasi sospesa. Il volto della donna è il centro emotivo del dipinto.  Lo sguardo rivolto altrove, in una dimensione interiore dove convivono lucidità e malinconia. La foglia d’ edera sul viso reclama  il corpo, ricordandoci che ogni cosa torna lentamente alla terra.

Lei sembra abitare un tempo diverso, più lento, dove ogni cosa è già compresa. Accanto, il teschio completa questa calma. È una presenza necessaria, quasi domestica, che si inserisce nel racconto.

I fiori, colti nel momento del cedimento, sono transizione. Non sono più nel pieno della loro fioritura, ma non sono ancora dissolti, esistono in quell’istante sospeso in cui la bellezza si piega su se stessa e comincia a trasformarsi. È proprio lì che l’opera trova il suo centro, in quella tensione minima tra permanenza e perdita.

La tradizione della vanitas è evidente, ma qui viene ridotta all’essenziale. Non c’è accumulo di simboli, né eccesso narrativo. L’ombra  è una controparte inevitabile, una presenza che definisce il contorno stesso della luce.  In un tempo abituato all’eccesso e alla dichiarazione, qui si sceglie la via più difficile quella della sospensione, dell’allusione, del non detto.

Alla fine, ciò che resta è la relazione tra gli elementi.

Memoria #1 e #2

Mi è stato chiesto se sto attraversando un momento particolarmente triste, guardando ciò che dipingo.

Capisco la domanda. L’arte attraversa anche zone d’ombra. Ma non sono io a viverci dentro.

Ci passo, le esploro, le ascolto. Sono luoghi necessari, come corridoi silenziosi che portano altrove.

Forse non è così evidente, ma i Memento Mori e le Vanitas c’entrano poco con la morte in sé. Non celebrano la fine: ricordano il tempo, il passaggio, il valore di ciò che è vivo adesso.

Un fiore che appassisce non parla di morte, parla di vita che accade, che cambia, che non si può trattenere. Un teschio non significa morte: è memoria, misura, presenza.

Dipingo ciò che esiste, non solo ciò che rassicura. Perché la luce, senza ombra, resta piatta.

Non è tristezza. È uno sguardo che sceglie di vedere fino in fondo.

Memoria#1 e Memoria #2  gouache su cartoncino

“Memoria”

Tra le foglie d’ edera anche la morte respira…la memoria che continua a crescere… 

Memoria è ciò che non si arresta

Tra le foglie d’edera anche la morte respira non vuole essere una provocazione.

Siamo abituati a pensare la morte come interruzione. Esiste un prima e un dopo. Ma l’edera  con la sua ostinazione vegetale, con la sua crescita lenta e inesorabile  introduce un’altra lettura; quella della continuità.

L’edera avanza, si arrampica, avvolge. Non distrugge nel senso violento del termine, ingloba. Trasforma le superfici in memoria viva. Ciò che tocca non scompare, viene trattenuto in una nuova forma.

In questo senso, la morte nell’opera non è un punto finale, ma una soglia porosa.

“Memoria” Guache su tavoletta

“Impermanenza”

Titolo : Impermanenza

In questa opera il tempo non distrugge, trasforma.

La materia scorre da uno stato all’altro, senza confini netti.

Ciò che sembra finire, continua altrove.

C’è un momento, sospeso e quasi impercettibile, in cui smettiamo di pensare al tempo come a una linea e iniziamo a sentirlo come una materia. In questa opera, la clessidra non misura. Non scandisce. Non impone una fine.

La sabbia è terra che scivola per trasformarsi.

Le radici insinuano una possibilità…qui l’ edera non è invadente.

Riconosce ciò che le appartiene, anche dentro il vetro, anche dentro ciò che credevamo chiuso.

 Quell’ombra appena accennata, quasi un ricordo  che suggerisce ciò che siamo abituati a temere: la fine, la perdita, il dissolvimento.

Impermanenza  è continuità senza forma stabile.

Viviamo cercando di trattenere: oggetti, momenti, persone, perfino versioni di noi stessi.

Ma ogni tentativo di fermare il flusso crea solo attrito. E l’attrito, lentamente, consuma.

Non tutto ciò che finisce, davvero finisce. Trasformazione non è nel passaggio da uno stato all’altro, ma nella nostra capacità di non opporci. Lasciare che qualcosa si dissolva per fare spazio.

Qualcosa, prima o poi, germoglia.

Impermanenza, gouache su faesite

Sempre natura è

Prima dipingevo ciò che si vede. Ora dipingo ciò che resta. Non è cambiato il tema è cambiato lo sguardo.

Animali, fiori, morte, trasformazione…sempre natura è.

Solo che adesso non la rendo più facile. La seguo. Ho sempre dipinto la natura rendendola riconoscibile, ordinata, comprensibile.

Animali, fiori, forme che si lasciavano guardare…accoglienti.

Poi qualcosa si è spostato.

Non è più una questione di soggetto. È una direzione.

Ho smesso di chiedermi cosa fosse giusto mostrare, ed ho iniziato a seguire ciò che è mio, meno leggibile, meno comodo, la mia natura.

“Humus”

Titolo: Humus 

Gouache su tela

“Nulla si perde, tutto si trasforma”

 C’è una soglia silenziosa tra ciò che finisce e ciò che comincia, una zona d’ombra, fertile, dove le forme si disfano e il senso cambia pelle, lì nasce l’humus; la materia che ha smesso di essere ciò che era, ma non  smette di esistere.

Guardiamo ciò che cade, una foglia, un corpo, un’idea e lo chiamiamo fine. Ma la terra non conosce questa parola. Lei accoglie, disgrega, rimescola. Nulla si conserva intatto, e proprio per questo tutto continua, la perdita è solo una forma imperfetta del nostro sguardo.

In questo spazio di trasformazione, anche il tempo si comporta diversamente. Non scorre in linea retta…si piega, ritorna, sedimenta. Ciò che è stato si deposita, si scioglie, entra in circolo. Diventa nutrimento per qualcosa che ancora non ha un nome.

L’humus è un linguaggio lento un’ibridazione continua.

Noi siamo parte di questo processo. Le esperienze che crediamo perdute  relazioni finite, versioni di noi stessi abbandonate, fallimenti,  non scompaiono, cambiano stato. Si depositano in profondità, dove non possiamo più distinguerle, ma da cui continuiamo a emergere.

“Nulla si perde, tutto si trasforma” non è una frase consolatoria. È una legge silenziosa, indifferente ai nostri desideri di permanenza. Non promette di restituirci ciò che abbiamo amato nella stessa forma. 

Humus è una soglia oscura e feconda, perché ciò che crediamo di perdere, in realtà, sta già diventando altro.

“Humus” Gouache su tela ovale cm 30×40

Vanitas…nuovo dipinto su tela

Sono immersa in un dipinto a gouache su tela, ho raccolto l’ispirazione nel mio giardino spettinato. Si tratta di una Vanitas

Vanitas è un termine latino che significa “vanità”, ma nel senso più profondo di caducità, transitorietà, fragilità della vita umana.

Nel linguaggio artistico indica un genere, soprattutto pittorico, che fiorisce nel Seicento  in particolare nei Paesi Bassi e che ruota attorno a un concetto semplice e brutale:

Tutto passa. Anche tu.

Le Vanitas si sviluppano nel clima culturale del Barocco, fortemente influenzato dal pensiero religioso protestante e cattolico.

Il riferimento è biblico, dal libro dell’Ecclesiaste:

“Vanitas vanitatum et omnia vanitas”

“Vanità delle vanità, tutto è vanità”.

Qui “vanità” non significa narcisismo, è illusione di permanenza.

La Vanitas non è macabra, la possiamo definire una meditazione visiva sul tempo, in un certo senso è una pittura filosofica.

Work in progress

Ci sono

È da un po’ che questo spazio resta in silenzio. In realtà dietro questo silenzio c’è stato molto lavoro lento e concentrato. Sto terminando l’ultimo acquerello su commissione, quello dedicato ai fiori montani di cui avevo scritto qualche articolo fa. 

Concludere questo ultimo acquerello segna anche una soglia. Ho deciso di non prendere più commissioni. Dirlo così sembra semplice, ma non lo è affatto. Le commissioni sono una strada sicura danno una direzione già tracciata, rispondono a un’attesa esterna. Creare qualcosa di proprio invece è come esporsi a cielo aperto, senza garanzie, con l’unica bussola del sentire.

A questo si aggiunge un cambiamento più profondo, forse meno visibile ma decisivo, il mio processo artistico si è allungato, si è fatto più meditato. Non c’è  solo il tempo della pittura ma anche quello che la precede e quello che la accompagna. Prima di dipingere, ascolto di più. Lascio sedimentare immagini, emozioni, ricordi. E accanto al colore è entrata con naturalezza la scrittura.

Scrivere non è un commento all’opera, né una spiegazione. È parte del processo stesso. A volte le parole arrivano prima come un terreno da preparare; altre volte seguono per raccogliere ciò che il gesto ha lasciato in sospeso. Scrittura e acquerello si osservano, si influenzano, si concedono pause. Questo rende tutto più lento, ma anche più necessario. Non c’è più l’urgenza di “produrre”, c’è il desiderio di comprendere.

So bene che è più facile vendere ciò che nasce su richiesta che ciò che nasce da dentro. Ma l’arte, quella che resta, spesso arriva da un punto meno comodo e più vero. È un rischio ma è anche una forma di fedeltà a me stessa, al mio modo di guardare il mondo, me lo devo. 

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Dedicandomi al prossimo acquerello e al prossimo racconto

Mi trovi su substack con “I racconti dell’Hedera”

Su di me…

🦋La Genziana🦋

Sto acquarellando una genziana. Parte di una piccola collezione che una donna, amante dei fiori montani mi ha chiesto di creare. Una costellazione di petali che parlano di silenzi, di vento freddo, di passi lenti tra i sassi. Mentre il pennello sfiora la carta, la genziana mi appare come un minuscolo portale alpino…un fiore che non si limita a esserci, ma è custode di misteri. 

La genziana è un frammento di cielo caduto a terra. Il suo blu è saturo, è un richiamo, una profondità che invita a chinarsi, a guardare dentro, come se nel cuore della corolla si nascondesse una goccia di notte. È figlia delle altitudini, e porta con se la la forza delle rocce che la proteggono.

C’è una curiosità che mi incanta; sa dialogare con la luce. Si apre e si chiude, assecondando il sole, rifuggendo l’umido. I montanari la osservavano come si fa con un oracolo discreto: se la genziana si richiudeva, il tempo stava per cambiare, pare che indovinasse i capricci del cielo meglio degli stessi pastori.

Profonda è anche la storia del suo nome. Si racconta che un re antico, Genzio, scoprì le virtù della sua radice amarissima, amaro che cura, che risveglia, che ricorda alle vene il ritmo del mondo. Da allora la radice di genziana è diventata elisir, rimedio, liquore montano; un sorso di terra e cielo mischiati insieme.

Mentre coloro la sua forma, mi accorgo che la genziana è più di un fiore è anche un carattere. È la prova che la bellezza può nascere dove l’inverno affila le stalattiti, dove la terra è scarsa di tutto, tranne che di verità. È una piccola lezione di resistenza poetica, fiorisci comunque, anche se il vento non ti promette gentilezza.

E così questo blu, che sembra quieto, porta in sé un’eco antica. La genziana ti  invita a scendere nel profondo e a lasciarti sorprendere dal segreto che ogni creatura tenace porta con sé.

Work in progress

La via nel bosco🦋🌲🌳

La via nel bosco

Tra una passione e l’altra, finisco sempre per perdermi tra i banchi polverosi dei mercatini dell’antiquariato. È un vizio lento e gentile, quello di cercare cornici. Mi piacciono quelle con i segni del tempo addosso, come le rughe che raccontano una storia. Di solito custodiscono,  ritagli di santi e madonne o damine in posa, piccoli reliquiari di devozioni dimenticate.

Questa volta, però, è stato diverso.

Tra una cornice dorata e l’altra, ne ho trovate due con dentro qualcosa che non mi aspettavo, due piccoli oli su cartone, datati 1939.

Il tempo li ha un po’ velati, ma basta uno sguardo per sentire che lì dentro c’era ancora vita, ancora respiro.

Uno dei due mi ha parlato subito  una via che si perde in un bosco, tra luci e ombre un’ esile figura segue quella via.

Non toglierò l’opera, non potrei. È come se mi avesse riconosciuta prima ancora che io riconoscessi lei. 

 Era lì ad aspettarmi, tra mille oggetti dimenticati.

Lo metterò  nel mio studio.

Quella via nel bosco respirerà con me, e sarà custode della quiete che cerco quando dipingo. L’arte, come la vita, non è mai solo creazione  è anche incontro, riconoscimento, gratitudine per ciò che resiste al tempo e continua a parlare.

I Racconti dell’Hedera – opere che raccontano. Presto anche su questo blog.

Ogni mio acquerello è un piccolo universo: nasce dal colore, ma vive davvero solo quando incontra una storia.
Per questo ogni opera è accompagnata da un racconto originale, scritto da me. Insieme formano un’unica esperienza… un frammento di poesia da custodire, leggere e guardare.

Chi acquista una mia opera non riceve soltanto un dipinto, ma anche la voce della storia che lo abita.

Puoi seguire il progetto e leggere i racconti su I Racconti dell’Hedera

© Umberta Ruffini, “I Racconti dell’ Hedera”. Tutti i diritti riservati.Ogni testo e acquerello è opera originale dell’autrice.Opera depositata e tutelata tramite Patamu (cod. deposito n. 272041)

“I Racconti dell’Hedera” arriveranno presto anche su questo blog!

✨🦋L’acquerello e il suo racconto.🦋✨

🪻Fiori montani…prossimi acquerelli 🦋

Tra le rocce e il cielo…sono piccoli, spesso invisibili a chi li vive , ma possiedono una forza che incanta sopravvivono al gelo, alla scarsità di terra, al vento tagliente.

Negli ultimi mesi ho cominciato a studiarli, non solo con gli occhi, ma con l’anima, perché diventeranno i protagonisti di una nuova serie di acquerelli. Una mia committente, appassionata di botanica e di montagna, li vuole nella sua nuova casa vuole circondarsi di quella fragile tenacia che solo i fiori d’altitudine sanno esprimere.

Ho iniziato a documentarmi: libri di botanica alpina, Pinterest , foto di escursionisti. Mi affascina la precisione dei nomi latini  Leontopodium alpinum, Gentiana verna, Rhododendron ferrugineum  e la poesia che nascondono. 

Dipingere un fiore di montagna significa catturarne non solo la forma, ma anche il respiro. Con l’acquerello, tutto è movimento… Ogni pennellata sarà un tentativo di tradurre la leggerezza dell’altitudine in colore.

La stella alpina, con la sua purezza vellutata, parla di coraggio.

La genziana, blu intenso, sembra custodire il segreto del cielo.

Il rododendro alpino accende il paesaggio con la sua fiamma rosata, un fuoco che resiste alla neve.

Sono questi i primi che sto studiando, e ognuno di loro mi racconta qualcosa sul modo in cui la bellezza può esistere anche nei luoghi più ostili.

In questa nuova serie di acquerelli cercherò di restituire la voce di quei fiori che vivono in silenzio, in alto, dove il mondo sembra più semplice e vero.

Radici salde e un po’ di cielo intorno.

Pixabay.com

🌹🌺Milzano in Fiore🌸🌷 – II Edizione, 5 Ottobre 2025

Il parco del Comune anche quest’anno si è trasformato in un giardino incantato. Le grandi piante, silenziose e maestose, sembravano respirare insieme a noi, mentre Milzano in Fiore apriva le sue porte alla seconda edizione, tra colori che danzavano nella luce di ottobre e profumi che parlavano di terra e di sogni, gli spaventapasseri che rallegravano il parco con la loro simpatia, le risate dei bimbi e dei grandi coinvolti con giochi antichi. Bolle di sapone si libravano nell’aria ottobrina.

Per il secondo anno ho avuto il privilegio di far parte di chi organizza questo piccolo miracolo, e per il secondo anno ho portato anche i miei acquerelli floreali… un gesto insolito per me, ma qui tutto sembra possibile, tutto trova il suo posto.

La giornata è stata un mosaico di incontri e sorrisi, di occhi curiosi e mani leggere che si posavano sulle storie raccontate dai miei lavori. Ogni sguardo, ogni parola, era un filo sottile che legava le persone all’arte e alla natura, un invito a fermarsi, respirare, guardare più da vicino.

Sono state giornate intense ma con il cuore colmo di colori e voci, con la certezza che la bellezza condivisa non si perde mai, rifiorisce, lenta e discreta, in ogni gesto gentile e in ogni incontro che ancora deve venire.

Tre quadretti home décor

Questi piccoli quadri nascono dal desiderio di portare un tocco di natura e delicatezza negli spazi quotidiani. Ho scelto come fondo il colore opaco e vellutato della gouache, che dona profondità e una sensazione morbida alla base. Per i dettagli in bianco mi sono affidata alle penne Gelly Roll della Sakura, perfette per tracciare linee sottili e luminose, come se i fiori si fossero posati con leggerezza sul colore.

Non le considero opere d’arte, ma piuttosto pezzi di home décor, piccoli frammenti decorativi che possono accompagnare e arricchire un angolo di casa, una libreria, una parete intima. La loro forza sta nella semplicità e nel fatto che sono originali, mai riproduzioni o stampe. Ogni quadretto ha il suo tratto unico, e chi lo porta con sé sa di avere tra le mani un piccolo oggetto irripetibile.

Ho pensato a questi lavori in occasione della seconda edizione dedicata ai fiori nel mio paese, un evento speciale a cui tengo molto e di cui faccio parte anche nell’organizzazione. È l’unico luogo in cui scelgo di presentarmi con uno stand, e per questo ho voluto creare qualcosa di accessibile e comprabile, che potesse essere alla portata di tutti senza perdere l’originalità e l’autenticità del fatto a mano.

Sono pensati per chi ama la delicatezza delle cose semplici, per chi crede che anche i dettagli più minuti possano cambiare l’atmosfera di una stanza.

Vi metto il link delle Gelly Roll https://amzn.to/46L5w15

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Nuovo dipinto “Poesia notturna”

“Poesia notturna”
Ecco il dipinto a gouache iniziato a primavera…è un piccolo giardino notturno che vibra di vita e poesia. Su uno sfondo scuro che esalta ogni dettaglio, sbocciano fiori dai petali morbidi e ondeggianti, soprattutto nei toni del rosa e del lilla. I petali ricordano tessuti leggeri mossi dal vento, con venature delicate ma piene di energia.

🎨Dipinto a gouache cm 50×50
Se pensi possa fare parte del tuo mondo , puoi richiederlo mandandomi un messaggio scrivendomi una mail a 📩ruffiniumberta@gmail.com

“Poesia notturna”, cm 50×50, gouache su tela

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✨Minny✨

Ci sono ritratti che nascono dalla mano, altri che nascono dall’anima. Minny…
Il suo sguardo grande e lucido racconta di fiducia e delicatezza, di quella tenerezza che solo gli animali sanno donarci senza riserve.

Nel ritrarla ho cercato di catturare non solo i suoi colori e le sue forme, ma soprattutto la sua presenza, quell’aria vivace e affettuosa che riempie lo spazio intorno a lei. La pelliccia dorata, accesa dalla luce, sembra quasi vibrare, mentre il bianco sul petto diventa simbolo di purezza e lealtà.

Un ritratto non è mai solo una somiglianza. È un ponte invisibile tra chi osserva e chi è rappresentato, un invito a percepire emozioni, ricordi e storie. Minny, con il suo musetto curioso e il corpo un po’ timido, è entrata nel mio foglio come fosse entrata nel mio cuore.

Ogni tratto è un atto d’amore, un tentativo di restituire la gioia che gli animali portano nelle nostre vite. Il ricordo di un’anima piccola e luminosa che ci rammenta quanto sia prezioso il legame con loro.

Minny, pastello cm 24×30

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Occhi di luna…

Sto lavorando su Minny, la prima commissione di settembre. Ha gli occhi di luna come la mia Linda…io li chiamo così 

Gli occhi dei cani non vedenti sembrano lune, sfere nebbiose con tocchi di blu, sospese, dove la luce non trova riflesso ma riposa, tranquilla e misteriosa.

Quelle “lune nel buio” portano con sé un messaggio anche senza visione, quegli sguardi raccontano storie di fiducia, esperienza e adattamento. Il loro paesaggio interiore è fatto di fiuto raffinato , affetto, presenza.

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Arriva settembre

Gli ultimi giorni di agosto…
Metto ordine tra i colori, sistemo la scrivania come fosse un piccolo altare, preparo lo spazio per ciò che verrà.

Settembre è già in attesa, con nuove commissioni da iniziare, idee da mettere sulla carta, il bisogno di dare forma a ciò che finora era solo nella mia testa.

C’è una dolcezza in questo momento sospeso…l’estate che sfuma, l’autunno che accenna il passo, io che mi preparo a entrare nel ritmo creativo…

Si comincia.

20×20 cm: il Ritratto e la scelta dell’essenziale

Chi mi segue da tempo sa che, dal 2017, realizzo ritratti di animali su commissione. Negli ultimi tre anni, però, questa cosa aveva iniziato a starmi stretta, procedevo in automatico mi stava svuotando, e così ho deciso di fermarmi quasi un anno, dedicandomi completamente agli acquerelli. Ora ho ripreso le commissioni, ma sento il bisogno di dare loro una nuova direzione, una svolta che renda ogni ritratto più autentico e vivo almeno per me…vi racconto la parte noiosa della situazione…

Fare l’artista su commissione , oggi, significa anche questo, accettare che il tuo lavoro venga vissuto come un menù.

Un menù infinito, come quello di certi ristoranti dove ci sono mille piatti elencati… eppure il cliente finisce sempre per chiedere “qualcos’altro”, qualcosa che non c’è scritto, è frustrante.

Così funziona anche con i ritratti: elenchi di misure, tecniche, tempistiche. Scrivi le informazioni con chiarezza, rispondi alle domande prima ancora che vengano poste. Ma poi ti accorgi che non basta. Perché i più non leggono, e se leggono, comunque ti chiedono di nuovo la stessa cosa. Devi spiegare e rispiegare, pazientemente, quasi come se fosse un rituale inevitabile.

E dentro questo rumore, io ho sentito il bisogno di semplificare. Certo fortunatamente ho anche i clienti ideali quelli che mi dicono “fai tu” ma parliamo di quelli che non capiscono una cippa lippa di colori, di posizioni ideali per ritrarre, e tra 10 foto perfette scelgono quella sfocatissima dove gli occhi sembrano due sassi neri e il pelo per qualche ragione inspiegabile vira al colore degli unicorni. E tu con la pazienza di Giobbe cerchi di dirigerli verso la foto migliore perché sai che accontentandoli ne andrebbe della tua reputazione.

Io, che amo i cambiamenti e mi annoio facilmente, ho scelto una via diversa per il 2026 un solo formato, 20×20 cm. Un solo soggetto: il Ritratto animale 

Perché 20×20 cm? Perché è la misura giusta, intima e decisa. Non dispersiva, non fragile. È uno spazio che basta a contenere l’essenziale: uno sguardo, un’anima, una presenza. Non serve altro.

Il mondo dell’arte personalizzata rischia spesso di diventare un catalogo infinito…scegli la misura, scegli la cornice, scegli lo sfondo, aggiungi questo, togli quello. Come se l’emozione fosse un “extra” da aggiungere al carrello. Io non voglio questo. Io voglio offrire un’esperienza chiara, pura, senza confusione così come era nata.

So che per molti è difficile da accettare. Perché siamo abituati ad avere sempre alternative, a pretendere “un po’ di più” pagando “un po’ di meno”. Ma il Ritratto non è una pizza gourmet da comporre a piacimento.

Ecco perché questa scelta è anche un manifesto:

Un solo formato: 20×20 cm, equilibrato e perfetto.

Un solo soggetto: il Ritratto, lo sguardo e l’anima.

Un solo intento: dare emozione, senza fronzoli, senza compromessi.

Perché l’arte, quando è vera, non deve distrarre con mille opzioni. Deve toccare, arrivare, restare.

Così, tra le richieste infinite e le domande ripetute, io scelgo la semplicità.

Scelgo un piccolo quadrato.

E in quei 20×20 cm c’è tutto ciò che conta davvero.

Grazie per aver accolto questo mio sfogo, perché alla fine è questo uno sfogo.

I racconti dell’Hedera✒️🖌️

C’è chi racconta storie, e chi diventa una storia.
Hedera è il mio alter ego, una voce che nasce da me e cresce come un rampicante, cercando luce e appoggio. Come l’edera, non si accontenta di restare al suolo, abbraccia muri, avvolge sogni, si insinua in crepe di ricordi e li trasforma in sentieri segreti.

*I Racconti dell’Hedera sono questo
piccoli mondi sospesi, frammenti tra realtà e fantasia. Sono storie che accompagnano i miei acquerelli.

Le sue parole sono radici che affondano in esperienze personali, ma anche foglie nuove che si aprono verso luoghi che forse non sono mai esistiti  o forse sì.

Scrivere come Hedera significa per me liberarmi da ciò che è “me” e allo stesso tempo ritrovarmi più intera. È dare voce a quella parte che ama le ombre delicate al tramonto, che sente un legame con le leggende dimenticate, che accarezza il passato senza nostalgia e il futuro senza fretta.
È un modo per lasciare che l’arte e la parola si fondano in un linguaggio che non ha paura di essere poetico.

Puoi leggere i racconti dell’Hedera seguendomi su Substack

Ecco il link

https://substack.com/@umbertaruffini

*Ho scelto il nome Hedera perché è la mia pianta preferita.
È sempre verde, anche quando il resto si spoglia.
È tenace, aggrappata alla vita con radici sottili ma ostinate.
Abbraccia i ruderi e li veste di bellezza, ricoprendo crepe, ferite e muri dimenticati.
Trasforma il brutto in qualcosa che ha poesia.

Hedera non ha bisogno di chiedere il permesso per crescere, trova la sua strada sempre tra pietra e ombra, si allunga verso la luce, resiste al vento e all’inverno.
Per me è un simbolo di forza silenziosa, di bellezza che non si arrende, di capacità di vedere possibilità là dove altri vedono soltanto rovine.

Questo nome significa ricordarmi ogni giorno di fare lo stesso…
resistere, trasformare, abbellire, crescere

Parlo di contorni…🖋️✒️

C’è un momento, nei miei acquerelli, in cui parla il tratto.

Da sempre, dopo l’acqua, amo tornare alla linea. Un gesto netto, deciso, che definisce ma senza  imprigionare. La scelta è sempre andata sulle Pigma Micron della Sakura, trattopen resistenti all’acqua, perfetti per contornare senza sbavature, per tracciare quei segni che tengono insieme la leggerezza del colore.

Ma ultimamente ho sentito il bisogno di qualcosa di più lento, più fisico, più antico.

Così ho acquistato un pennino, di quelli da intingere, con le punte intercambiabili… e un flaconcino  di inchiostro Winsor & Newton un color marrone torba.

Una tonalità profonda, terrosa, che sembra fatta apposta per raccontare cose dimenticate.

Contornare con il pennino non è solo un gesto tecnico. È un atto di meditazione. Chi mi segue sa come mi piace questo concetto.

Ogni tratteggio ti costringe a rallentare, ad ascoltare la carta, a respirare insieme al ritmo della mano.

Non puoi correre con un pennino. Ti costringe alla presenza, ti riporta a te, al qui e ora.

Il tratto non è più solo contorno. È tempo…disegnato.

E tu? Come definisci i tuoi margini? (Non mi riferisco solo artisticamente parlando) Se ti va scrivimelo nei commenti.

Ti lascio I link qui sotto dei prodotti che ho acquistato nel caso ti venisse un attacco d’arte e volessi provare.

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Mi si è sbloccato un ricordo…

L’anima naif… dove tutto è cominciato, e dove tutto si è trasformato

C’è un tempo nella vita in cui l’arte non è tecnica, né mestiere, né ambizione. È solo una voce che ti chiama, e tu la segui, senza chiederti perché.

Per me, quella voce si chiamava pittura naif.

Da piccola mi appassionai profondamente a questo linguaggio così istintivo e autentico. Ricordo i puzzle della Ravensburger che costruivo con dedizione quasi religiosa tassello dopo tassello, prendevano forma dipinti naif, mondi pieni di colori piatti ma potenti, visioni semplici eppure rivelatrici. Ne avevo uno in particolare, un’opera di Henri Rousseau , il Doganiere, come lo chiamavano. Quella giungla surreale, i suoi animali immobili e intensi… mi stregavano. I miei mi comprarono anche dei quaderni.

Ma c’è un altro nome che, ancora più di Rousseau, ha lasciato un segno profondo nel mio sentire , Antonio Ligabue.

Ricordo ancora una serie tv dedicata a lui. Guardavo quei suoi animali selvaggi, gli occhi spalancati come ferite, il tratto rabbioso, istintivo, primordiale… e restavo senza fiato. Era un’arte che mi colpiva dritta nello stomaco.

Da adulta, quando riuscii finalmente a vedere una mostra con i suoi dipinti originali, provai la stessa identica sensazione: un pugno nello stomaco. E fu allora che iniziai anch’io a sperimentare quella pittura così viscerale.

La chiamano la pittura dei puri.

Una pittura che nasce dall’animo, non ha sovrastrutture, non cerca il consenso. È ciò che sei, messo a nudo su una tela.

E io amavo tutto ciò, profondamente. Mi sentivo parte di quel mondo.

Partecipai anche a diverse mostre. Ricordo con tenerezza e gratitudine la collettiva nella chiesa di Santa Marta, a Varenna, in occasione del Premio Internazionale Varenna Pierantonio Cavalli, dedicato proprio agli artisti naif. Un luogo incantato, dove le emozioni si amplificavano tra pietra e silenzio, lo ricordo con gratitudine perché ad invitarmi fu un grande di quel mondo il Maestro Giuliano Zoppi, scomparso qualche anno fa.

Ma, col tempo, qualcosa dentro di me cominciò a incrinarsi.

Sentivo che, pur volendo dipingere così, con quell’urgenza pura e spontanea, non ero più completamente “naif”. Avevo delle basi di disegno, le mie conoscenze tecniche aumentavano, una continua ricerca alcune volte porta a snaturarsi…

E allora cominciai a sentirmi in bilico. Come se stessi mentendo. A chi mi offriva l’opportunità di esporre, ma soprattutto a me stessa.

La pittura naif non si imita. O la vivi, o la tradisci.

Così, con rammarico ma anche con lucidità, pian piano l’ho lasciata.

Ma non se n’è mai andata del tutto.

Perché quell’anima, quella parte di me  è ancora viva.

Non si e spente . Si è solo trasforma.

Era 2015  il mio dipinto “Dolce sguardo di tigre”

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Da un po’ di tempo sentivo il bisogno di uno spazio nuovo. Non per abbandonare questo blog, che resta casa, ma per affiancargli qualcosa in più…Così ho deciso di provare Substack.

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È pensato soprattutto per chi ha voglia di raccontare, condividere pensieri, visioni, storie. E per chi vuole farlo in un modo più libero, senza le dinamiche dei social, anche se i profili li ricordano abbastanza. Si può decidere se tenere tutto gratuito, oppure attivare abbonamenti a pagamento, con la possibilità di sostenere economicamente il lavoro di scrittori, artisti, pensatori, persone che credono nella forza delle parole.

 Si scrive in un editor pulito, essenziale. Si possono caricare immagini, video, audio, persino podcast. Tutto senza dover pensare troppo alla “forma”, ma concentrandosi sul contenuto. 

 Non ho alcuna intenzione di mollare questo blog, anzi continuerà a essere il mio spazio aperto, la mia galleria di parole e immagini.

Anche a voi piace sperimentare nuove piattaforme? Se ne conoscete altre scrivetemi nei commenti.

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🦋La farfalla dal volo veloce🦋

La farfalla dal volo veloce 

Ho aggiunto alla composizione  una Polyommatus icarus la farfalla dal volo veloce , chiamata anche Icaro.

Un frammento d’azzurro che sfida il cielo , una presenza lieve in natura , ma a cui ho voluto dare un “peso” nel dipinto… anche le anime più piccole , quando osservate con attenzione , raccontano storie incredibili.

Dipingo per ricordarmi che l’incanto si nasconde nei dettagli…Non solo quelli visibili , ma anche quelli che si percepiscono tra le pieghe del sentire.

A volte basta una farfalla per cambiare il respiro di un’opera…o di un giorno intero.

Mi trovate su Facebook e su Instagram cercate Umberta Ruffini

Parlo di…pennelli🖌️🖌️🖌️

Ti piacerebbe iniziare a dipingere? Ti lascio due dritte

C’è un momento, prima che il colore tocchi il foglio, in cui tutto si ferma. Hai davanti l’acqua, la carta, la tavolozza. Ma se il pennello non è quello giusto, anche il gesto più ispirato si sgonfia, cade, si perde.

Il pennello per l’acquarello non è un banale strumento da “comprare a caso”. È una bacchetta sottile, che tra le dita diventa prolungamento della tua intenzione. Quando è quello giusto, lo senti subito, asseconda il movimento, trattiene la giusta quantità d’acqua, si stringe in punta quando serve definizione e si apre come un ventaglio nei lavaggi ampi. Quando non lo è, ti ostacola. Ti rallenta. Ti tradisce.

Non serve averne tanti. Ne bastano pochi, ma scelti con cuore e criterio. Pennelli che durano, che rispondono bene ai tuoi tocchi più lievi o decisi, che non si spampanano dopo tre stese d’acqua. La qualità non è un vezzo da professionisti snob, è rispetto per il tuo tempo, per il tuo lavoro, per la bellezza che vuoi creare.

E quando parlo di qualità, non parlo solo di prezzo o marchio famoso. Parlo della coerenza tra quello che vuoi ottenere e quello che il pennello sa darti. C’è chi ama le punte rigide e scattanti, chi le setole morbide. C’è chi si trova meglio con i sintetici, etici, pratici, sorprendentemente validi (I miei preferiti) e chi non riesce a staccarsi dalla delicatezza dei pennelli naturali.

Il punto è: conosci il tuo pennello. Provalo. Ascoltalo. Scopri cosa fa bene e cosa no. E poi scegli: uno per i dettagli, uno per stendere cieli, uno che fa un po’ tutto  ma che lo fa bene.

Non ti serve altro. Il resto è spreco, rumore, confusione da cassetto, ci sono passata. 

E… non è sempre questione di spendere cifre astronomiche. Fortunatamente, esistono anche pennelli con un ottimo rapporto qualità-prezzo, che non svuotano il portafoglio ma fanno il loro dovere  e lo fanno pure bene. Sono piccole sorprese, spesso firmate da marchi meno noti o da linee “studenti” ben progettate. Certo, i grandi marchi garantiscono eccellenza e affidabilità, e se un giorno vuoi concederti quel “pennello da sogno”, fallo pure. Ma non è obbligatorio né per iniziare, né per crescere.

L’unica vera regola è provare. Toccare, testare, sentire come reagisce sulla carta, come trattiene il colore, come si comporta sotto la pressione del gesto. Ci sono pennelli che costano poco ma sembrano nati per la tua mano. E altri, costosissimi, che non ti danno quel feeling.

Personalmente di pennelli ne ho provati tanti costosi e meno costosi. In questo momento per l’acquerello sto utilizzando dei pennelli bombasino, hanno la particolarità di avere un buon serbatoio che serve per trattenere acqua, e una buona punta, sono sintetici, misura 2,5,8. Personalmente utilizzo il due e il cinque, il numero 8 è praticamente nuovo. 

Metto il link qui li puoi trovare senza vendere un rene  https://amzn.to/46104Z7

🦋Estate in pausa…quando i pennelli riposano🦋

C’è un momento, ogni anno, in cui i colori sembrano addormentarsi.

Succede spesso d’estate. I pennelli restano fermi, l’acqua nei barattoli evapora piano, e le mani sono impegnate in altri lavori. 

Non è tristezza. Non è mancanza. È una specie di respiro lungo.

In questi giorni non sto dipingendo molto. Non sto acquarellando, e la gouache se ne sta tranquilla nei suoi tubetti. Il caldo rallenta tutto,  anche il desiderio di mettersi lì, concentrati, dentro un gesto.

E non è che manchino le ispirazioni. Ce ne sono, sparse, leggere, come semi trasportati dal vento. Solo… non attecchiscono subito. E va bene così.

In realtà, qualcosa si muove lo stesso. Sto sistemando alcuni acquerelli che andranno alla mostra Milzano in Fiore (che già solo a dirlo, profuma di bellezza e quiete ottobrina ), attendo le cornici giuste, come si aspetta il tocco finale su un abito cucito a mano.

Anche questo è parte del processo. Un quadro che aspetta di essere appeso ha dentro tutta la sua storia, anche se il pennello l’ho posato da un po’.

La verità è che ogni artista ha le sue stagioni interiori.

L’estate, per me, è spesso una stagione più silenziosa.

Le mani si fermano, ma gli occhi continuano a guardare.

Il cuore si riposa, ma l’anima… accumula.

E poi, diciamolo, l’estate è piena di luce, di voci… 

E nel mio caso, piena soprattutto di animali e tante cose da fare, pali da cambiare, reti da controllare, tettoie da sistemare  prima che arrivi la brutta stagione… orto e piante da abbeverare, per fortuna che ho un marito con le stessa passione per gli animali ahahah

Chi ha animali lo sa l’estate non diventa per tutti sinonimo di vacanze

Forse è anche per questo che l’arte si mette in disparte: perché la vita, quella viva, prende tutta la scena.

E l’inverno, invece, ha qualcosa di più raccolto. È più accogliente per l’arte, più silenzioso, io lo amo.

È come se dicesse: “Vieni, siediti. Dipingi.”

E allora mi concedo questa pausa, senza colpa, senza fretta.

Perché so che tornerà  quella voglia di “sporcare” la carta, di mescolare pigmenti, di ascoltare il rumore morbido dell’acqua sul pennello.

Nel frattempo, ti racconto anche questo.

Perché creare non è solo produrre, è anche attendere…respirare…vivere.

E forse, proprio in questi momenti in cui sembra non accadere nulla, si sta preparando qualcosa di nuovo.

Conor e Lita
Lita
Gli innominati
Camelia
Il mio mondo fiorito
La Remina
La Conor farm
Le mie rose
Io e Lita
Gedeone
Linda
Frida
Ligabue

🦋 Parlo di cornici 🦋

C’è stato un tempo in cui non avevo mai pensato di incorniciare i miei acquerelli per la vendita. 

Li osservavo nascere sul foglio, vivi e vibranti, e mi bastava così. Erano opere nude, sincere, libere.

Ma col tempo qualcosa è cambiato.

Non dentro i miei colori, ma nel mio sguardo.

Mi sono accorta che un dipinto, anche il più semplice, cambia respiro quando lo accogli in una cornice. Diventa un messaggio, un regalo, un piccolo mondo che si offre completo a chi lo osserva.

La cornice non è solo contorno… è un gesto di cura.

È dire al mio lavoro “sei finito, sei pronto, vai nel mondo”.

All’inizio mi sembrava quasi di tradirli, i miei acquerelli.

Temevo di metterli in gabbia, di bloccare quel senso di libertà che amo, e che volevo avesse chi compra un mio lavoro, scegliere la cornice più adatta alla propria casa. 

Ma poi ho capito che li stavo onorando. Una bella cornice non ruba spazio…lo definisce. Non impone… accompagna.

Così, oggi, quando decido di offrire un mio dipinto, spesso lo propongo già incorniciato.

Perché chi lo riceve possa sentirne il peso giusto, la presenza intera.

Perché sia pronto a diventare parte di una casa, di un angolo del cuore.

Ho cominciato a guardarle ovunque: nei mercatini dell’usato, nei negozi d’antiquariato, persino online in siti dove si respirano atmosfere d’altri tempi. Lo stile che mi incanta più di tutti? Il Liberty, e le cornici in ottone con il vetro bombato che andavano tanto negli anni 50/60 con ispirazione al periodo vittoriano. Quelle linee sinuose, eleganti, floreali… sono come un abbraccio gentile attorno a un’opera d’arte.

Ogni tanto trovo una cornice vintage che sembra fatta apposta per un mio acquerello, e quando succede è una piccola magia. Ma non sempre si può aspettare il mercatino giusto o trovare il pezzo raro. Così, per esigenze pratiche e anche per offrire una soluzione accessibile a chi ama i miei lavori  cerco anche su siti web.

Ho trovato alcune cornici semplici ma eleganti, con un buon rapporto qualità prezzo, che si adattano bene al mio stile e alla delicatezza dei miei acquerelli.

Sono una via di mezzo tra estetica e funzionalità. Un compromesso, sì, ma scelto con cura.

Se ti va di dare uno sguardo alle cornici che ho usato negli ultimi lavori, qui trovi il link https://amzn.to/4lhdJji

🖇️ Una piccola precisazione sui link che trovi nei miei articoli

Il link che condivido è solo ed esclusivamente relativo a  prodotti che ho acquistato personalmente, che uso nei miei lavori e che mi piacciono davvero.

Non è una sponsorizzazione, ma è un affiliazione 

Nessuno mi ha chiesto di parlarne. 

Preferisco restare  fedele e libera nel scegliere quello che amo, piuttosto che promuovere qualcosa solo per convenienza.

Quindi se clicchi e scegli di acquistarlo, lo fai sapendo che è una scelta che nasce dall’esperienza vera.

E magari può essere utile anche a te, come lo è stato per me.

Cornice acquistata su Amazon
Cornici originali Liberty
Cornici originali anni 50/60

Un nuovo amore: la gouache

Quest’anno, tra un petalo d’acquerello e un manto animale a pastello, ho fatto un incontro che mi ha accesa dentro: la gouache.
Un nome che avevo sentito sussurrare tra le pagine di libri d’arte, ma che non avevo mai davvero invitato nel mio studio…finché, in un giorno qualunque, ho deciso di provarla. Ho già parlato di questi colori in modo più tecnico puoi trovare qui l’articolo 🌸Nuove creazioni in arrivo🌸

Ma ora permettetemi un po’ di poesia nel raccontarla.

L’ho stesa timidamente sulla carta per acquerello, e subito ho sentito una vibrazione diversa. Il colore è opaco ma vivo, vellutato ma deciso, come un sussurro che sa imporsi. Nessuna trasparenza eterea come nell’acquerello, ma una profondità morbida, quasi da sogno.

E poi, l’esperimento: ho osato la tela.
Da pittrice abituata alla sontuosità dell’olio, mi aspettavo di rimanere un po’ delusa… invece mi sono ritrovata a bocca aperta. La gouache, su tela, ha preso il suo spazio con una voce sorprendentemente forte. Coprente, densa ma elegante, quasi teatrale.
È stato come scoprire una nuova lingua per esprimere la stessa anima.

Dipingo da tempo, ma certe scoperte , come certi amori arrivano quando meno te l’aspetti. E quando accadono, ti aprono porte che non sapevi di voler varcare.

Sto usando una selezione di colori che mi stanno dando grandi soddisfazioni, sia per resa che per luminosità. Inserirò il link diretto ai colori che sto utilizzando, così potrete provarli anche voi, se volete lasciarvi tentare da questa magia opaca e cremosa.

Intanto continuo a sperimentare, a lasciarmi guidare da questa nuova voce, un po’ ribelle, un po’ misteriosa.
Perché l’arte è anche questo: lasciarsi stupire, ogni volta, come fosse la prima.

I primi colori che ho deciso di provare, un po’ d’impulso, lo ammetto, sono stati quelli della Mont Marte. Li ho scelti quasi alla cieca, tra pareri discordanti e recensioni contrastanti… Ma sapete com’è: a volte è il cuore a guidare la mano, e stavolta ha fatto centro. Vi lascio il Link, li potete trovare su Amazon https://amzn.to/403jmJs

Work in progress…

Iris in progress 🌱


Sto letteralmente adorando la gouache, non è trasparente come l’acquerello, né severa come l’olio. È un abbraccio deciso. 
Dipingere con la gouache è come dar voce a ciò che non si dice. Pigmenti che si mescolano all’acqua e al silenzio , alla pazienza e a quel filo d’inquietudine che a volte, mi accompagna.
Ogni pennellata placa un pensiero…

Ogni petalo che nasce è un piccolo equilibrio ritrovato.

Gli iris sbocciano sulla tela ,fragili e fieri, antichi e misteriosi.
Portano con sé qualcosa di sacro,come se raccontassero storie che la voce non osa pronunciare.

E mentre dipingo…mi ascolto.

Banane e sedie…

Ultima notizia un turista si siede su un istallazione artistica ricoperta di Swarovski e la rompe, lasciamo da parte per un attimo il gesto ovviamente stupido e privo di rispetto…parliamo di una sedia ricoperta di Swarovski. La notizia in questione ha suscitato parecchia ilarità.

Il mio pensiero in breve

Se metti una banana la mangeranno ,se metti una sedia si siederanno … se metti un Caravaggio lo ammireranno. Ogni cosa ha il suo destino ,una banana si mangia,una sedia si usa,
un Caravaggio… si contempla. Punto

L’ arte contemporanea, in certi suoi aspetti più mediatici o concettuali estremi, ha perso la forza dirompente che aveva quando le provocazioni erano davvero delle rotture.

La banana di Cattelan o le sedie di Ai Weiwei funzionano spesso più come meme culturali che come opere capaci di cambiare davvero lo sguardo. Sono strumenti di marketing artistico, spesso destinati a far parlare ma non sempre a far  pensare.

Fontana che taglia una tela nel 1958, o Manzoni che inscatola la propria “merda” nel ’61, lo facevano in un contesto dove nessuno aveva osato tanto. Era scioccante, era rischioso, era provocatorio, costringeva a ripensare l’idea stessa di arte.

Oggi, invece, molte “provocazioni” sembrano autocompiacenti: non sfidano più l’autorità o l’istituzione, ne fanno parte. In molti casi sembrano prodotte apposta per generare scandalo virale, non riflessione.

Questo però non significa che tutta l’arte contemporanea sia vuota o “una presa per i fondelli”. Esistono ancora artisti , spesso lontani dai riflettori  che creano opere radicali, toccanti, politiche, intime, sincere. Solo che fanno meno rumore. Il sistema premia la superficie e la spettacolarizzazione.

Ma quando la trasgressione diventa prevedibile, non è più trasgressione.

Turisti danneggiano un’opera a Palazzo Maffei per un selfie: rotta la celebre sedia Van Gogh (fatta di cristalli Swaroski)

Foto presa dal web

✨Piccole gouache✨

“Nel cuore del bosco, la bellezza si cela nei contrasti: tra il fiore che nasce e quello che sfiorisce.”

Piccole gouache originali che ritraggono tre protagonisti silenziosi del sottobosco, una carota selvatica leggera come un merletto, un mughetto che profuma di fiabe e un fiore che sta appassendo, fragile ma pieno di significato.

Le piccole opere che ho dipinto  sono custodite in una vecchia cornice multipla in metallo , con vetri bombati arrivati intatti fino ad ora.

Tutte le opere proposte su questo sito sono pezzi unici, originali e realizzate a mano, questa insieme ad altre le puoi trovare qui Sfumature Retro

Sfumature Rétro

Da oggi potrai acquistare le mie opere originali  ispirate dalla natura anche  su questo sito      SfumatureRetro  

Nella mia piccola galleria online troverai illustrazioni e opere originali, realizzate a mano con acquerelli e gouache, dove ogni colore racconta un’emozione e ogni pennellata custodisce un frammento di poesia.

Non troverai mai stampe: ogni pezzo è unico e irripetibile, nato da un momento preciso, da un respiro, da una luce particolare.

Alcune opere saranno già incorniciate, pronte per trovare casa. Amo abbinare alle mie creazioni sia cornici nuove , ma anche cornici d’altri tempi, recuperate e scelte con cura, per dare loro una seconda vita e un nuovo incanto.

Ogni opera ha una sua storia segreta, un suo silenzio da ascoltare, un suo tempo sospeso. Non sono semplici quadri, ma piccoli universi dove rifugiarsi, anche solo per un istante.

“Cloe” 🐾🐕

Ho terminato il ritratto di Cloe🤗

Una cucciolona dolcissima, adottata da poco dalla sua nuova famiglia umana. I suoi occhi raccontano già una storia fatta di fiducia, affetto e nuovi inizi.

È sempre un’emozione dare forma a questi legami speciali con i miei pastelli: ogni ritratto è un piccolo omaggio all’amore che ci unisce agli animali.

Benvenuta Cloe, sei già tanto amata!💗🐾

Cloe, pastello cm 24×30

“Fiore di Tarassaco”

Stanotte ho sognato un fiore di tarassaco.

È apparso come un piccolo sole silenzioso, fluttuante nel buio del sogno. Mi ha parlato con il linguaggio dei semi: leggero, libero, antico.

Al risveglio ho preso i colori e l’ho dipinto, come si cattura un incantesimo prima che svanisca.
Ora questo tarassaco non è solo un fiore: è un messaggio sussurrato dalla natura, un desiderio custodito tra petali d’oro.

Chi sa ascoltare i sogni… può dipingere la magia.

“Fiore di Tarassaco” tecnica gouache

🐾Meo🐾

Oggi voglio presentarvi Meo. Un micio davvero speciale, che purtroppo non è più con la sua amica umana, ma che ha lasciato un’impronta profonda e piena di amore.

Meo parlava, sì… nel suo modo tutto felino ma chiarissimo. Aveva lo sguardo intelligente di chi sa ascoltare e rispondere, e sapeva persino dare il cinque con la zampa! Un piccolo gesto che dice tanto del suo carattere affettuoso e giocoso.

La sua umana me ne ha parlato con una dolcezza che mi ha commossa. Così ho deciso di ritrarlo proprio lì, sul suo divano preferito, dove si sentiva a casa e al sicuro. Un modo per rendergli omaggio, per fermare su carta quella presenza così viva.

Quando ritraggo animali che non ci sono più, sento sempre una responsabilità speciale: raccontare con i colori un amore che continua a vivere.

Ciao Meo, resterai sempre nei ricordi e nel cuore di chi ti ha amato.

“Meo” , pastelli cm 24×30

L’ape regina 👑

Quando la passione incontra l’arte: le mie cornici vintage e l’ape regina

Non avrei mai immaginato che una mia passione così personale potesse incontrare tanto entusiasmo. Amo girovagare per mercatini, aste online, perdermi tra oggetti dimenticati e… scovare vecchie cornici, ciascuna con la propria storia, i propri graffi del tempo, le sfumature del passato. Ho deciso di dare una nuova vita a questi piccoli tesori, incorniciando i miei acquerelli e i miei dipinti a gouache.

Così è nata l’idea di unire la mia arte al fascino delle cornici vintage. Non solo per una questione estetica, anche se l’effetto finale ha una poesia tutta sua  ma perché sentivo che quei dipinti meritavano un abbraccio speciale, unico, come lo è ogni pezzo che creo.

Tra le ultime opere nate così, c’è l’ape regina, realizzata a gouache. Una figura forte e delicata allo stesso tempo, simbolo di natura, femminilità e potere silenzioso. L’ho incorniciata con una cornice trovata in un mercatino, una di quelle che mi ha subito chiamata tra mille. E il risultato… ha emozionato non solo me. Ha avuto un riscontro che non mi aspettavo: l’ape regina ha già trovato casa.

Questo piccolo esperimento , che più che altro era un gesto d’amore mi ha fatto capire che quando si mette il cuore in quello che si fa , le persone lo percepiscono. E che forse , ogni mia futura opera avrà il suo vestito speciale: una cornice che le dia voce anche nel silenzio.

L’ape regina dipinta con gouache

Attivismo quotidiano…

Attivismo quotidiano: quando l’arte diventa voce per ciò in cui crediamo

Spesso quando sentiamo la parola attivismo pensiamo a manifestazioni, grandi campagne, discorsi pubblici o gesti clamorosi. Ma l’attivismo può essere anche silenzioso, quotidiano, e profondamente personale. Non serve fare rumore per fare la differenza ma serve fare. 

Io ho scelto di usare l’arte. È il mio modo di comunicare ciò in cui credo: il rispetto per l’ambiente, per gli animali e per tutti gli esseri viventi.

Ogni soggetto che dipingo, ogni scelta di colore, ogni dettaglio nasce da un’intenzione. Non sono semplici immagini decorative: sono piccoli messaggi, emozioni che parlano di natura, di armonia, di cura.

Credo profondamente che la bellezza possa educare. Che osservare un animale ritratto con dolcezza, o un fiore dipinto con attenzione, possa risvegliare sensibilità. Che un’opera originale possa toccare corde interiori molto più a fondo di mille parole.

L’arte è il mio attivismo.

Non serve essere perfetti, né eroi. Basta iniziare da quello che sappiamo fare, con sincerità. Se ognuno di noi mette un pezzetto del proprio talento al servizio di un valore, quel valore si diffonderà.

E tu in quale modo fai sentire la tua voce e per cosa? 

Solo originali…

Solo originali: perché ho scelto di dire addio alle stampe

Nel mondo dell’arte, la possibilità di riprodurre un’opera su vari supporti è una tentazione forte. La stampa offre visibilità, accessibilità e, sulla carta, un’ampia diffusione. Per un po’, anch’io ho seguito questa strada, rendendo disponibili le mie opere su siti che offrivano stampe su carta, tela e altri materiali.

Ma qualcosa non mi convinceva del tutto.

Col tempo, ho capito che il cuore del mio lavoro deve essere l’unicità. Non è solo il risultato finale a contare, ma anche il percorso che porta a quell’opera: il tempo dedicato, la scelta dei materiali, le emozioni che traduco sulla carta.

Le stampe, per quanto ben fatte, non possono restituire la profondità del colore, la delicatezza della texture, la leggerezza di una sfumatura che solo l’originale possiede. Il contatto diretto con la materia pittorica è parte integrante dell’esperienza artistica, ed è proprio questa esperienza che voglio trasmettere a chi sceglie le mie opere.

Inoltre, nel tempo ho visto che la riproduzione in serie  toglie valore al lavoro. Un’opera unica ha un’anima, una storia irripetibile che si perde quando viene moltiplicata all’infinito. Per questo motivo, ho deciso di abbandonare le piattaforme che offrivano stampe delle mie creazioni e concentrarmi esclusivamente su pezzi unici.

Chi acquista un mio lavoro sa di avere tra le mani qualcosa di speciale, un pezzo d’arte che esiste solo in quella forma e che porterà con sé tutta l’energia e la passione che metto nel creare. Ed io sarò sicura che il mio lavoro sarà desiderato e apprezzato veramente.

Questo è il valore dell’originale: un legame autentico tra artista e collezionista, senza filtri, senza riproduzioni, solo arte nella sua essenza più pura.

Foto Pixabay