Lui è José Guadalupe Posada morto a Città del Messico Il 20 gennaio 1913, aveva sessant’anni, i suoi resti finirono in una fossa comune perché nessuno li reclamò. Oggi il suo nome è inseparabile da una delle immagini più famose dell’arte messicana.

Lei una signora con un enorme cappello fiorito che ci riporta al Día de Muertos , la festa messicana dedicata ai morti.

Quella che oggi chiamiamo La Catrina, all’inizio di questa storia, non si chiamava affatto Catrina, e non era nemmeno agghindata a festa.
La sua storia comincia all’inizio del Novecento, nella vivace e turbolenta società messicana del periodo del Porfiriato, il protagonista principale è José Posada un incisore , litografo, illustratore e caricaturista. La sua produzione fu vastissima e attraversò temi come la cronaca, la politica, i delitti, vita quotidiana e naturalmente la morte. Ma torniamo alla storia…
Prima di essere una signora elegante la nostra Catrina era soltanto un teschio; José aveva un modo veramente particolare di rappresentare la morte, andava al mercato, beveva, ballava, cavalcava, litigava, si innamorava, partecipava alle feste ma soprattutto prendeva in giro i vivi.
Le sue calaveras erano uno strumento di satira sociale.
La Calavera Garbancera, (questo è il suo vero nome)
è l’immagine che oggi conosciamo come Catrina.
Il termine garbancera non era a caso. Si riferiva ai venditori di ceci (garbanzos) che nel linguaggio satirico dell’epoca, veniva utilizzato per prendere in giro persone di origine indigena che assumevano modi e atteggiamenti europei, rinnegando le proprie origini.
La calavera di Posada diventa una caricatura feroce.
Il messaggio che lancia è:
puoi truccarti, vestirti all’ultima moda, imitare anche l’aristocrazia europea ma sotto tutto questo…sei comunque una calavera.
Alla morte del tuo status sociale non frega niente.
Il cappello è uno degli elementi più iconografici dell’immagine, il teschio faceva ridere e riflettere contemporaneamente.
Una caratteristica fondamentale delle calaveras di Posada è proprio questa capacità di trasformare la morte in uno specchio della società.
E qui una prima curiosità: Ma era davvero un’incisione del 1910? Circolano moltissime date ripetute senza controllo sul web, la realizzazione dell’immagine viene generalmente collocata intorno al 1912, ma la prima stampa datata e documentata che conosciamo è del 1913.
Curioso vero? Se si pensa che il nostro José morì il 20 gennaio 1913.
L’immagine in realtà è stata pubblicata postuma, in una delle celebri hojas volantes dell’editore Antonio Vanegas Arroyo. Una di queste pubblicazioni, del 1913, porta il titolo Remate de calaveras alegres y sandungueras.
Quindi Posada non vide nascere la fama della sua creatura.
E se pensiamo a ciò che sarebbe successo qualche decennio dopo….
Nel 1947 entra in scena Diego Rivera
Sono passati più di trent’anni dalla morte di Posada.
Diego Rivera sta realizzando uno dei suoi murales più celebri
“Sueño de una tarde dominical en la Alameda Central”. (Riconoscete qualcun altro in questo murales?)

La grande opera, realizzata tra luglio e settembre del 1947, misura circa 15,66 × 4,18 metri e raccoglie una sorta di enorme corteo della storia e della società messicana.
E al centro c’è lei, la calavera di Posada.
Ma Rivera la reinterpreta, la veste, il teschio diventa una figura intera, elegantissima, con un abito lungo e un aspetto aristocratico.
Ed è Rivera a trasformarla nella figura che oggi riconosciamo immediatamente come “La Catrina.”
*Il termine catrín indicava un uomo elegante e raffinato la sua controparte femminile diventa appunto la Catrina.
Manca però un passaggio fondamentale nella nostra storia.
Posada aveva creato una satira sulla vanità sociale mentre
Rivera la trasforma in un personaggio iconico.
E c’è un dettaglio surreale nel murale, Rivera non si limita a mettere Catrina al centro.
La figura scheletrica tiene per mano un piccolo Diego Rivera bambino e accanto a lei compare José Guadalupe Posada.
Se questa non è una dichiarazione di discendenza artistica…
Rivera sta dicendo, attraverso la pittura:”Io sono qui anche grazie a lui.”
Il murale diventa quindi anche una sorta di omaggio postumo a Posada, che durante la propria vita non aveva conosciuto la gloria che gli sarebbe arrivata in seguito. Questa è l’opera nella quale Rivera rese immortale La Catrina
Ma se ci pensiamo bene cosa c’entra tutto questo con il Día de Muertos?
In fin dei conti Catrina non è un’antica divinità azteca e
non è una figura precolombiana che esisteva da secoli con quel nome.
Si tratta di una creazione artistica moderna, nata all’inizio del XX secolo.
Quello che invece ha radici molto più profonde è il particolare rapporto messicano con la morte.
La festa, nella forma in cui è arrivato fino a noi, è il risultato di una lunga storia culturale nella quale pratiche indigene e tradizioni cattoliche si sono intersecate e trasformate nel corso dei secoli. Personalmente trovo interessante
come la morte non viene necessariamente trattata come una presenza da rimuovere anzi la si invita a tornare.
Le famiglie preparano altari, cibo, fiori, candele e oggetti destinati ai defunti.
È certamente una concezione molto diversa dalla nostra idea occidentale.
La morte può essere anche divertente, e José Posada con le sue zincografie* ce l’ ha dimostrato.
La Catrina in particolare non è semplicemente uno scheletro decorativo.
Dentro di lei convivono almeno tre cose:
la satira di Posada,
la reinterpretazione di Rivera,
e il rapporto messicano con i morti.
E aggiungerei anche il nostro bisogno di scherzare davanti a ciò che ci spaventa.

José Guadalupe Posada, Calavera Garbancera, ca. 1912; prima pubblicazione documentata, 1913.
*tecnicamente, parlerei di incisione su metallo zincografia piuttosto che di “acquaforte”, perché le fonti specialistiche descrivono la stampa del 1913 come zincografía e le fonti istituzionali messicane parlano più genericamente di incisione su metallo.