Il morto che fuma…il “Memento mori” di Van Gogh

Lui è Vincent Van Gogh l’ altro è un teschio che emerge da un fondo quasi completamente nero  che stringe tra i denti una una sigaretta accesa; una flebile brace , ma sufficiente a trasformare un’immagine di morte in qualcosa di beffardo, irriverente e molto vitale.

La foto fu scattata all’Aia nel gennaio 1873, quando Vincent aveva 19 anni e lavorava per la casa d’arte Goupil & Cie. La fotografia è attribuita a Jacobus Marinus Wilhelmus de Louw

“Teschio di scheletro con sigaretta accesa”  in olandese Kop van een skelet met brandende sigaret  fu dipinto dal nostro Vincent  ad Anversa, probabilmente tra gennaio e febbraio del 1886. È un piccolo olio (circa 32,3 × 24,8 cm) oggi conservato al Van Gogh Museum di Amsterdam con il numero d’inventario s0083V1962. Non essendo datato dall’artista e non comparendo esplicitamente nelle sue lettere, la collocazione cronologica non è  certa, è stata ricostruita dagli studiosi sulla base del periodo trascorso in accademia. 

Questo dipinto viene definito dal Van Gogh Museum uno “scherzo giovanile” dipinto a trentadue anni. In realtà Vincent non era un artista alle prime armi, aveva già dipinto I mangiatori di patate e lavorava da anni alla costruzione di un suo linguaggio artistico. Nel gennaio del 1886 si iscrisse ai corsi di Anversa, soprattutto per perfezionarsi nello studio della figura umana e avere accesso ai modelli. Esperienza  breve e tutt’altro che serena. Il metodo accademico era distante anni luce dalla sua concezione di pittura.

 In una lettera al fratello Theo riconosce comunque che l’Accademia gli offre l’opportunità di osservare gli effetti del disegno costruito attraverso il contorno… insofferente alle regole sicuramente, ma sapeva accogliere cosa gli poteva essere utile. 

Ma ritorniamo al nostro scheletro…

Lo scheletro uscì dall’aula di anatomia era un normale esercizio d’accademia, dipingerlo, invece, non faceva parte del programma. Per questo il Van Gogh Museum ritiene che Vincent abbia realizzato la tela al di fuori delle lezioni, chissà forse durante una pausa mentre si fumava una sigaretta o immediatamente dopo il corso.

Mi piace come Van Gogh acquisisce uno strumento didattico e lo sottrae alla sua funzione, lo scheletro non è più soltanto una struttura anatomica da copiare fedelmente. Diventa un personaggio.

Il dipinto dimostra, inoltre, che l’artista possedeva una conoscenza dell’anatomia più solida di quanto talvolta suggerissero i giudizi dei suoi insegnanti. La scatola cranica, le cavità orbitali, la mandibola, le vertebre cervicali e le ossa delle spalle sono rese con sicurezza. Non siamo davanti ad una improvvisazione 

Una provocazione contro l’Accademia? Una critica ai metodi? Possibile , ma non esistono dichiarazione certe di Van Gogh.

Sicuramente ha dato vita al suo scheletro, è bastata una sigaretta…un’abitudine umana. Il morto non posa, fuma e sembra voltarsi verso di noi con aria sfrontata.

Proprio qui si manifesta la distanza fra Van Gogh e l’insegnamento tradizionale. L’Accademia cercava nel corpo una forma ideale; lui ci trova un’esistenza…persino se si tratta di ossa.

Osservata oggi, l’immagine potrebbe diventare una perfetta campagna contro il tabacco (in realtà ho un dubbio che non sia stata già in passato utilizzata): la sigaretta conduce alla morte e il fumatore è già ridotto a scheletro.

Escludo da parte di Vincent questo pensiero, era un fumatore abituale, soprattutto di pipa, e nelle sue lettere al fratello  parla più volte del tabacco come di un conforto. Nel suo immaginario, il fumo non rappresentava la malattia. Secondo lo studioso Martin Bailey, la sigaretta accesa poteva significare addirittura il contrario: “un residuo di vita dentro l’ immagine della morte”

Il teschio appartiene alla tradizione del memento mori e della vanitas: immagini che ricordano la fragilità della vita e l’inevitabilità della morte e Van Gogh, cresciuto nei Paesi Bassi e immagino conoscitore dell’arte nordica, non poteva ignorare completamente questo patrimonio figurativo.

Eppure nel dipinto non compaiono gli oggetti tradizionali della vanitas. C’è soltanto una sigaretta ancora accesa. È un oggetto quotidiano, moderno che sostituisce i simboli solenni della pittura antica.

La vedo più come una parodia  “ricordati che devi morire” ma continuiamo a comportarci come se nulla fosse”.

Il legame con la tradizione gotica del Nord

Una lettura più recente ha inserito il quadro nel ritorno dell’immaginario gotico fra Ottocento e Novecento. Nel 2024–2025 l’opera è stata inclusa nella mostra Gothic Modern, organizzata dall’Ateneum Art Museum di Helsinki e successivamente presentata in altre sedi europee. L’esposizione ha messo in relazione artisti moderni con  immagini medievali e rinascimentali della morte, delle danze macabre e del perturbante.

La curatrice Anna-Maria von Bonsdorff ha richiamato, in particolare, la tradizione della danse macabre e l’interesse di Van Gogh per Hans Holbein. Questa interpretazione amplia la precedente che parla di ” scherzo” dietro l’umorismo del teschio potrebbe esserci una memoria visiva più antica, quella dei morti che nelle incisioni nordiche continuano a muoversi, suonare, danzare e imitare i vivi. (Vedi anche l’ articolo che ho scritto su Hugo Simberg)

Non è l’unico scheletro di Van Gogh…

Nello stesso periodo Van Gogh realizzò anche il disegno di uno scheletro appeso con un gatto. Questo rafforza il legame con gli esercizi anatomici dell’Accademia e mostra anche quanto l’artista fosse capace di trasformare un soggetto scolastico in una scena grottesca.

Il teschio con la sigaretta rimane però l’immagine più riuscita, immediata e impossibile da dimenticare. Il fondo nero cancella ogni riferimento all’aula o all’atelier. Tutto il quadro sembra organizzato attorno a quella scintilla. Potrebbe essere benissimo un’ opera contemporanea. Questo piccolo dipinto è diventato una delle immagini di Van Gogh più amate dal pubblico giovane. È una di quelle opere che vive fuori dal proprio tempo potrebbe essere la copertina di un disco o un’opera di street art.

E c’è tutto! lo scherzo di uno studente insofferente, la tradizione della vanitas, il gusto nordico per il macabro, la familiarità personale dell’artista con il tabacco e il suo bisogno di trovare vita persino dove la vita è scomparsa.

ma ritorniamo al disegno con il gatto

Il titolo ufficiale del Van Gogh Museum è semplicemente Skeleton, mentre è comunemente conosciuta come Hanging Skeleton and Cat — Scheletro appeso e gatto. Il gatto si distingue nella parte inferiore del minuscolo disegno. Il museo oggi cataloga l’opera come realizzata a Parigi, tra marzo e maggio 1886, non ad Anversa. È un piccolo disegno a matita su cartoncino, di appena 10,5 × 5,8 cm, conservato al Van Gogh Museum ad Amsterdam.

Hedera

Perché scegliere uno pseudonimo per fare arte.

 Fondamentalmente per essere liberi di creare

 Il percorso artistico in alcuni casi sente il bisogno di uno spazio proprio, di un’identità capace di contenere idee, opere, ricerca e trasformazione.

Scegliere un nome d’arte non è una maschera dietro cui nascondersi. 

È il luogo in cui tutto ciò che creiamo trova una casa.

Negli anni ho capito che dipingere, studiare opere del passato, scrivere racconti, condividere ricerche e osservazioni non sono attività separate, ma parti dello stesso universo creativo, dare un nome a quell’universo è stato un passo naturale. E mi permette soprattutto di separare la sfera privata da quella artistica. Non significa prendere le distanze da ciò che si è, ma proteggere una parte di sé e allo stesso tempo offrire  un’identità riconoscibile e coerente.

Molti artisti hanno scelto di firmare le proprie opere con uno pseudonimo, a volte per ragioni personali, altre per libertà espressiva, altre ancora perché quel nome raccontava meglio la loro visione del mondo.

 Scegliere un nome significa costruire una piccola dimora simbolica un luogo dove ogni dipinto, ogni articolo, ogni scoperta e ogni storia possano convivere senza essere limitati da un’unica definizione.

L’arte cambia…chi crea cambia, ma non necessariamente il percorso artistico deve combaciare con quella che è la vita personale. Ho dato un nome alla parte più autentica di ciò che creo.

Quando ho iniziato a riflettere sul nome da dare al mio progetto, non cercavo qualcosa che fosse semplicemente bello da pronunciare, cercavo un luogo.

Non un luogo fatto di muri e finestre, ma uno spazio capace di accogliere tutto ciò che amo creare.

Da questa esigenza è nata House of Hedera. È una casa nel senso più antico del termine: un rifugio, una dimora della memoria, un luogo in cui conservare una storia .

Hedera…l’edera è la pianta che da sempre mi accompagna. È tenace, cresce lentamente, si adatta al tempo senza perdere la propria identità. Si aggrappa, ma non per soffocare; lo fa per continuare a salire, per cercare la luce. In natura è simbolo di continuità, fedeltà e resilienza. È una presenza silenziosa che attraversa le stagioni, proprio come l’arte attraversa le epoche.

Hedera non è soltanto una firma. È un luogo aperto, in continua evoluzione, dove ogni dipinto, ogni ricerca e ogni racconto contribuiranno a costruire una storia più grande, perché una casa non è definita dalle sue pareti ma bensì da ciò che custodisce.

Tempus edax rerum

“Il tempo divora ogni cosa.”

Così scriveva Ovidio nelle Metamorfosi, consegnando ai secoli una delle più potenti riflessioni sulla condizione umana.

Questa Vanitas nasce da quelle parole.

Un teschio emerge dall’omba,reliquia silenziosa. Sopra di esso si posa la falena testa di morto, creatura che da sempre abita il confine. Non è soltanto un simbolo di morte, è il segno del passaggio, della trasformazione inevitabile che accompagna ogni esistenza.

L’edera si intreccia attorno alle forme consumate dal tempo. Mentre la materia si deteriora, essa continua a crescere, ad avvolgere, a persistere. Nella sua presenza convivono due significati opposti e complementari: la memoria che resiste e la natura che lentamente riconquista ogni cosa.

Anche lo specchio ha smesso di restituire immagini nitide. Ci ricorda che nulla rimane immutato. Volti, oggetti, ambizioni, perfino i ricordi più cari vengono lentamente levigati dal trascorrere degli anni. Le antiche Vanitas non parlavano soltanto della morte; invitavano piuttosto a osservare la fragilità delle cose terrene e a riconoscere il valore del tempo che ci è concesso.

La falena, il teschio e l’edera ci raccontano che tutto ciò che nasce è destinato a cambiare forma. Il tempo divora, ma nel suo incessante passaggio lascia tracce.

Ed è in questa consapevolezza che si nasconde la parte più preziosa dell’esistenza: ogni istante possiede un valore inestimabile.

Tempus edax rerum.

Il tempo divora ogni cosa, ma è proprio il suo passaggio a rendere preziose le cose che amiamo.

Gouache su tavoletta

Anatomia silentii

Guazzo Su tavoletta, per questo lavoro ho trovato una splendida cornice guilloché

L’edera, tenace e antica, attraversa il teschio, è memoria vivente. I fiori diventano il fragile atto di resistenza contro la dissoluzione, mentre il silenzio si deposita come polvere sottile su ogni forma.

Il silenzio è ciò che rimane quando la voce umana smette di esistere e il mondo naturale si riprende il proprio linguaggio segreto.

Dialogo con l’ombra

“Dialogo con l’ ombra” la mia ultima guache

Una vanitas intima, quasi sospesa. Il volto della donna è il centro emotivo del dipinto.  Lo sguardo rivolto altrove, in una dimensione interiore dove convivono lucidità e malinconia. La foglia d’ edera sul viso reclama  il corpo, ricordandoci che ogni cosa torna lentamente alla terra.

Lei sembra abitare un tempo diverso, più lento, dove ogni cosa è già compresa. Accanto, il teschio completa questa calma. È una presenza necessaria, quasi domestica, che si inserisce nel racconto.

I fiori, colti nel momento del cedimento, sono transizione. Non sono più nel pieno della loro fioritura, ma non sono ancora dissolti, esistono in quell’istante sospeso in cui la bellezza si piega su se stessa e comincia a trasformarsi. È proprio lì che l’opera trova il suo centro, in quella tensione minima tra permanenza e perdita.

La tradizione della vanitas è evidente, ma qui viene ridotta all’essenziale. Non c’è accumulo di simboli, né eccesso narrativo. L’ombra  è una controparte inevitabile, una presenza che definisce il contorno stesso della luce.  In un tempo abituato all’eccesso e alla dichiarazione, qui si sceglie la via più difficile quella della sospensione, dell’allusione, del non detto.

Alla fine, ciò che resta è la relazione tra gli elementi.

Memoria #1 e #2

Mi è stato chiesto se sto attraversando un momento particolarmente triste, guardando ciò che dipingo.

Capisco la domanda. L’arte attraversa anche zone d’ombra. Ma non sono io a viverci dentro.

Ci passo, le esploro, le ascolto. Sono luoghi necessari, come corridoi silenziosi che portano altrove.

Forse non è così evidente, ma i Memento Mori e le Vanitas c’entrano poco con la morte in sé. Non celebrano la fine: ricordano il tempo, il passaggio, il valore di ciò che è vivo adesso.

Un fiore che appassisce non parla di morte, parla di vita che accade, che cambia, che non si può trattenere. Un teschio non significa morte: è memoria, misura, presenza.

Dipingo ciò che esiste, non solo ciò che rassicura. Perché la luce, senza ombra, resta piatta.

Non è tristezza. È uno sguardo che sceglie di vedere fino in fondo.

Memoria#1 e Memoria #2  gouache su cartoncino

“Memoria”

Tra le foglie d’ edera anche la morte respira…la memoria che continua a crescere… 

Memoria è ciò che non si arresta

Tra le foglie d’edera anche la morte respira non vuole essere una provocazione.

Siamo abituati a pensare la morte come interruzione. Esiste un prima e un dopo. Ma l’edera  con la sua ostinazione vegetale, con la sua crescita lenta e inesorabile  introduce un’altra lettura; quella della continuità.

L’edera avanza, si arrampica, avvolge. Non distrugge nel senso violento del termine, ingloba. Trasforma le superfici in memoria viva. Ciò che tocca non scompare, viene trattenuto in una nuova forma.

In questo senso, la morte nell’opera non è un punto finale, ma una soglia porosa.

“Memoria” Guache su tavoletta

“Impermanenza”

Titolo : Impermanenza

In questa opera il tempo non distrugge, trasforma.

La materia scorre da uno stato all’altro, senza confini netti.

Ciò che sembra finire, continua altrove.

C’è un momento, sospeso e quasi impercettibile, in cui smettiamo di pensare al tempo come a una linea e iniziamo a sentirlo come una materia. In questa opera, la clessidra non misura. Non scandisce. Non impone una fine.

La sabbia è terra che scivola per trasformarsi.

Le radici insinuano una possibilità…qui l’ edera non è invadente.

Riconosce ciò che le appartiene, anche dentro il vetro, anche dentro ciò che credevamo chiuso.

 Quell’ombra appena accennata, quasi un ricordo  che suggerisce ciò che siamo abituati a temere: la fine, la perdita, il dissolvimento.

Impermanenza  è continuità senza forma stabile.

Viviamo cercando di trattenere: oggetti, momenti, persone, perfino versioni di noi stessi.

Ma ogni tentativo di fermare il flusso crea solo attrito. E l’attrito, lentamente, consuma.

Non tutto ciò che finisce, davvero finisce. Trasformazione non è nel passaggio da uno stato all’altro, ma nella nostra capacità di non opporci. Lasciare che qualcosa si dissolva per fare spazio.

Qualcosa, prima o poi, germoglia.

Impermanenza, gouache su faesite

Sempre natura è

Prima dipingevo ciò che si vede. Ora dipingo ciò che resta. Non è cambiato il tema è cambiato lo sguardo.

Animali, fiori, morte, trasformazione…sempre natura è.

Solo che adesso non la rendo più facile. La seguo. Ho sempre dipinto la natura rendendola riconoscibile, ordinata, comprensibile.

Animali, fiori, forme che si lasciavano guardare…accoglienti.

Poi qualcosa si è spostato.

Non è più una questione di soggetto. È una direzione.

Ho smesso di chiedermi cosa fosse giusto mostrare, ed ho iniziato a seguire ciò che è mio, meno leggibile, meno comodo, la mia natura.

“Humus”

Titolo: Humus 

Gouache su tela

“Nulla si perde, tutto si trasforma”

 C’è una soglia silenziosa tra ciò che finisce e ciò che comincia, una zona d’ombra, fertile, dove le forme si disfano e il senso cambia pelle, lì nasce l’humus; la materia che ha smesso di essere ciò che era, ma non  smette di esistere.

Guardiamo ciò che cade, una foglia, un corpo, un’idea e lo chiamiamo fine. Ma la terra non conosce questa parola. Lei accoglie, disgrega, rimescola. Nulla si conserva intatto, e proprio per questo tutto continua, la perdita è solo una forma imperfetta del nostro sguardo.

In questo spazio di trasformazione, anche il tempo si comporta diversamente. Non scorre in linea retta…si piega, ritorna, sedimenta. Ciò che è stato si deposita, si scioglie, entra in circolo. Diventa nutrimento per qualcosa che ancora non ha un nome.

L’humus è un linguaggio lento un’ibridazione continua.

Noi siamo parte di questo processo. Le esperienze che crediamo perdute  relazioni finite, versioni di noi stessi abbandonate, fallimenti,  non scompaiono, cambiano stato. Si depositano in profondità, dove non possiamo più distinguerle, ma da cui continuiamo a emergere.

“Nulla si perde, tutto si trasforma” non è una frase consolatoria. È una legge silenziosa, indifferente ai nostri desideri di permanenza. Non promette di restituirci ciò che abbiamo amato nella stessa forma. 

Humus è una soglia oscura e feconda, perché ciò che crediamo di perdere, in realtà, sta già diventando altro.

“Humus” Gouache su tela ovale cm 30×40