Mi piace quando un mio dipinto trova una nuova dimora, mi piace più dell’ idea che questi possa generare fama o profitto, l’arte rende immortali…è per questo che dipingo…
L’artista ha un privilegio straordinario, può sopravvivere a se stesso. Il suo corpo appartiene al tempo ma la sua arte il tempo lo attraversa. Un dipinto può fare parte della vita di tante persone, e ogni volta che qualcuno si fermerà a guardarlo qualcosa tornerà ad accadere… conserverà la presenza di una persona che non c’è più, il movimento della sua mano, le sue esitazioni, le sue ossessioni, il suo modo irripetibile di vedere.
È qui che i miei Memento mori trovano il loro significato più profondo.
Dipingo simboli che mi ricordano la morte, ma lo faccio attraverso un gesto che aspira all’immortalità.
Il teschio dice che il corpo finirà.
Il fiore che la bellezza è destinata a mutare.
La falena ci ricorda che l’esistenza è fragile mentre l’edera, continua ad aggrapparsi, a crescere, si fa spazio…e la pittura rimane, mi affascina profondamente questa contraddizione: nell’ atto del dipingere penso alla caducità dell’esistenza, sto contemporaneamente creando qualcosa che potrebbe esserci quando io non esisterò più.
Anche le vecchie cornici che scelgo appartengono a questo pensiero, sono sopravvissute al proprio tempo. Non conosco le mani che le hanno toccate né le pareti sulle quali sono state appese, eppure sono arrivate fino a me. Io affido a loro il presente e quel passaggio continua; il passato custodisce qualcosa del mio presente perché possa raggiungere un futuro che non vedrò.
L’ arte è permanenza.
Qualcuno si fermerà e osserverà. Non saprà quale musica ascoltavo mentre dipingevo, cosa accadeva fuori dalla mia finestra o quali pensieri attraversavano la mia mente.
Eppure io vivrò lì, nelle pennellate,nella materia, nel colore…per sempre

work in progress…