La storia di un restauro andato male.

Lei è Cecilia Giménez e lui è “Ecce Mono”

La storia di un restauro andato male…o forse no!

Sappiamo quanto il restauro di un’ opera d’ arte sia importante per conservare la stessa nel tempo, e sappiamo quanto un restauro pesante e invasivo possa alterarla completamente. 

Vi racconto la storia di Ecce Homo di Borja, “l’ incubo che perseguita i restauratori di tutto il mondo”

Tutto inizia nella calda estate del 2012, nel Santuario della Misericordia di Borja, una cittadina spagnola in provincia di Saragozza, dove il volto del Cristo dipinto su una parete scomparve sotto le pennellate di una arzilla signora ottantenne. Le fotografie circolarono velocemente, e qualcuno trovò una somiglianza con una scimmia. Nacque così l’inevitabile soprannome “Ecce Mono”  gioco di parole in spagnolo, dove mono significa scimmia.

Ma dietro a questa vicenda a tratti divertente dove i meme si sono sprecati prima c’era un artista , parlo dell’ autore dell’ opera, Elías García Martínez, nato a Requena nel 1858 e morto a Utiel nel 1934. Non era un grande maestro dimenticato né l’autore di un capolavoro sconosciuto, ma neppure uno scappato di casa , passatemi il termine.

Autoritratto del pittore Elías García Martínez all' età di 69 anni

(Autoritratto del pittore Elías García Martínez all’ età di 69 anni)

Fu pittore e insegnante d’arte e lavorò per anni nell’ambiente artistico di Saragozza. Dipinse paesaggi, nature morte e soggetti religiosi e partecipò anche a lavori decorativi e di restauro. Frequentava Borja per la villeggiatura.

Il piccolo dipinto Ecce Homo del Santuario della Misericordia apparteneva alla dimensione più intima della sua produzione.

 Lasciò una frase accanto all’ opera che permette di capire con quale spirito fosse stata realizzata:

«Questo è il risultato di due ore di devozione alla Vergine della Misericordia.»

Non è sicuramente la dichiarazione  di chi pensa di consegnare un capolavoro nei secoli , ma sembra più un gesto devozionale.

E in ogni caso l’immagine aveva illustri antenati. Evidenti sono i parallelismi con l’Ecce Homo di Guido Reni e con le molte traduzioni grafiche di quel modello. Le  immagini religiose celebri circolavano attraverso incisioni, stampe o riproduzioni e diventavano e diventano tutt’ ora modelli iconografici ripetuti da altri artisti.

Il Cristo di Borja perciò apparteneva alla lunga storia della copia devozionale.

Come è accaduto anche per i migliori ,la tecnica utilizzata da García Martínez si rivelò problematica: pittura a olio applicata direttamente sull’intonaco della parete, senza una preparazione tale da garantire una buona conservazione nel tempo e ovviamente l’ umidità aveva fatto il resto.

La superficie presentava  deterioramenti evidenti.

Questo particolare è molto importante perché modifica leggermente la favola che “lnternet” ha raccontato: non arrivò una signora a distruggere un dipinto perfettamente conservato. Arrivò una signora senza preparazione professionale davanti a un’opera che si stava deteriorando e cercò di salvarla nel modo sbagliato.

Entra in scena Cecilia

Nel 2012 Cecilia Giménez aveva 81 anni.

Era una parrocchiana devota, dipingeva da tempo come dilettante, aveva realizzato soprattutto paesaggi e aveva effettuato anche piccoli ritocchi su immagini religiose.

Ma dipingere e restaurare sono due mestieri diversi.

Non si tratta  semplicemente di saper ricreare una forma o trovare un colore simile. Bisogna conoscere i materiali originali, comprenderne il degrado, distinguere le integrazioni precedenti, valutare solventi e compatibilità chimiche e chissà quanto altro.

Cecilia fece la cosa più devastante in assoluto: Ridipinse.

Le analisi delle restauratrici professioniste incaricate di esaminare l’opera stabilirono che l’intervento era stato effettuato con colori a olio; una delle restauratrici coinvolte, Encarnación Ripollés, ha raccontato molti anni dopo che era stato impiegato anche uno spray di verniciatura industriale.

La storia racconta che la donna armata di pennelli e colori sia entrata di nascosto in chiesa, ma Cecilia sostenne pubblicamente che il sacerdote sapeva che stava lavorando al dipinto. (Qui un bel ” Oh mio Dio” ci sta’)

Dichiarò che tutti quelli che entravano nella chiesa potevano vederla dipingere (di male in peggio!)

Sostenne inoltre che il lavoro non fosse terminato e intendeva proseguirlo, ma il mondo aveva già visto !

Il 7 agosto 2012 il Centro de Estudios Borjanos pubblicò sul proprio blog un articolo dal titolo lapidario:

“Un hecho incalificable.”

Un fatto inqualificabile 

Le fotografie mostravano ciò che restava del Cristo di García Martínez e il nuovo volto che lo aveva sostituito.

Da quel momento la storia smise di appartenere soltanto alla piccola cittadina.

Il volto scimmiesco, gli occhi scuri, la corona di spine trasformata  in una massa di capelli crearono qualcosa che possedeva una caratteristica fondamentale per la cultura del web , era altamente riconoscibile

Il Cristo venne inserito nei dipinti celebri, nei fotomontaggi, nelle fotografie di personaggi famosi, diventò un meme.

Ovviamente cercarono di recuperare la situazione 

Nell’agosto del 2012 furono chiamate le restauratrici Encarnación Ripollés e Mercedes Núñez, che esaminarono la parete e prelevarono campioni per comprendere materiali e condizioni dell’opera.

Inizialmente non esclusero la possibilità di recuperare almeno parte della pittura originale.

  Si trovavano davanti a un’opera già fragile, eseguita con una tecnica poco adatta alla parete e successivamente ricoperta.

Il caso di Borja rappresenta quasi una lezione involontaria di conservazione, significa prima di tutto capire ciò che esiste, e soprattutto sapere quando fermarsi.

Prima dell’intervento di Cecilia Giménez, quante persone fuori da Borja conoscevano quell’Ecce Homo?Pochissime.

Già nel 2012 cominciarono invece ad arrivare visitatori da ogni parte del mondo, alla fine di quell’anno il Comune parlava di circa 40.000 visitatori.

Dieci anni dopo, le stime riportate dalla stampa superavano 300.000 visitatori provenienti da circa 120 paesi.

Il Santuario  fece pagare l’ingresso e parte delle entrate venne utilizzata per il mantenimento del luogo, per il personale e anche per finalità sociali rivolte agli anziani.

Il dipinto prima sconosciuto diventò meta di destinazione a livello mondiale.

Dopo il 2012 il suo valore è diventato qualcosa di completamente diverso.

Non necessariamente artistico nel significato tradizionale del termine ma valore mediatico, antropologico.

Un’immagine nata involontariamente è stata riprodotta, trasformata, parodiata e riconosciuta da milioni di persone.

Questa è la storia di una donna che vide un’immagine religiosa che il tempo stava cancellando e pensò di poterla salvare ma non ne aveva gli strumenti e il risultato fu disastroso.

Eppure il Cristo che voleva sottrarre all’oblio è oggi infinitamente più conosciuto di quanto sarebbe probabilmente mai diventato senza di lei.

L’ unica cosa che mi consola in tutta questa storia è che comunque sotto all’ orrore dipinto dalla signora continua ad esistere l’ originale.