C’è sempre una fotografia che aspetta.
Questa l’ho trovata in un vecchio album con la copertina d’ osso intagliata finemente, in un mercatino silenzioso, tra bottoni spaiati e lettere mai spedite. Una giovane donna, abito scuro, colletto alto, mani intrecciate sul grembo. Nulla di insolito, se non gli occhi.
Gli occhi , troppo lucidi, troppo languidi. Come se qualcosa li avesse costretti a vedere oltre.
Sul retro, una scritta sottile, incostante come il baluginio di una candela.
“Per non chiudere mai lo sguardo.”
Le pupille, vaste come pozzi. Dilatate oltre il naturale. Oltre il lecito. Ricordai allora ciò che avevo letto anni prima, l’ Atropa belladonna, veleno e bellezza. Le dame ne instillavano una goccia negli occhi per apparire più languide e desiderabili.
Più morte…perché nulla dilata lo sguardo come la prossimità dell’abisso.
Iniziai a cercarla.
Archivi digitali, registri sbiaditi, necrologi dimenticati. Il nome emerse lentamente come un volto dall’acqua: un nome che non dirò… e una data 1873. Deceduta a ventidue anni. Causa ignota.
Ma non fu la sua morte a inquietarmi.
Fu ciò che lessi.
Un breve trafiletto, quasi nascosto:
“La famiglia riferisce episodi inspiegabili dopo la dipartita. Specchi coperti. Si sconsiglia la permanenza nella dimora.”
Da quel momento, la fotografia diventò presenza costante, gli occhi sembravano più grandi. più vivi quasi consapevoli…di cosa?
E poi accadde.
Mi avvicinai troppo con lo sguardo. Cercando di cogliere il punto esatto in cui la finzione finisce e qualcosa d’altro comincia. Fu allora che compresi.
Non erano stati dilatati per essere più belli.
Erano stati aperti per non chiudersi mai, per restare.
Per vedere anche dopo.
Ora la fotografia non è più sulla scrivania.
Non ricordo di averla spostata.
Ma ogni tanto, quando passo davanti a uno schermo spento, a una finestra di notte, a una superficie che riflette appena, li rivedo.
E non sono più soltanto suoi.
“Non esiste sguardo innocente; oltre il limite, è la realtà che si deforma per restare dentro.”(Hedera)

Curiosità
*L’impiego della Atropa belladonna per dilatare le pupille non è un’invenzione letteraria, ma una pratica documentata nella storia europea, con particolare diffusione tra Rinascimento e Ottocento.
Nella cultura estetica dell’epoca, occhi più grandi e lucidi erano associati a:
fascino languido,sensualità discreta, intensità emotiva
Nel periodo vittoriano, l’uso non era universalmente diffuso né apertamente dichiarato, ma rientrava in pratiche cosmetiche “riservate”, talvolta citate in manuali di bellezza,trattati medici,letteratura dell’epoca.
La sostanza attiva principale, l’atropina, agisce sul sistema nervoso causando la dilatazione delle pupille. Tuttavia, già nel XIX secolo erano noti gli effetti collaterali.
L’uso della belladonna comportava rischi significativi:
visione offuscata e sensibilità alla luce, tachicardia e vertigini e possibile avvelenamento nei casi più gravi come danni permanenti agli occhi con uso prolungato.
La pratica era controversa e spesso scoraggiata in ambito medico, anche se non del tutto abbandonata in contesti estetici.
Questa tensione tra bellezza e pericolo tra seduzione e tossicità ha contribuito a rendere la belladonna un simbolo ricorrente nella sensibilità gotica e vittoriana: uno strumento per “aprire lo sguardo”, ma al prezzo di alterare profondamente la percezione stessa della realtà.
© Umberta Ruffini, “I Racconti dell’ Hedera”. Tutti i diritti riservati.
Ogni testo e acquerello è opera originale dell’autrice.
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